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Corea, il cuore della crisi in Estremo Oriente

Salvo Ardizzone on 13 marzo 2017 - 05:27 in Attualità, Primo Piano

In Corea, sia a Nord che a Sud, sta montando una tempesta perfetta che potrebbe sfociare in una crisi dagli esiti imprevedibili, nell’area attualmente più critica per i futuri equilibri del pianeta.

corea il cuore della crisi in Estremo Oriente

Nei giorni scorsi, la Corte Suprema della Corea del Sud ha votato la destituzione immediata del presidente Park Geun-hye per una squallida storia di estorsioni, abuso di potere e rivelazioni di segreti d’ufficio, rendendo definitivo l’allontanamento dalla sua carica sancito 3 mesi fa, e aprendo a elezioni presidenziali che si terranno fra due mesi in un clima interno, ma soprattutto internazionale, incandescente.

Park è stata travolta dai suoi rapporti con Choi Soon-sil, una sorta di “sciamana” che l’aveva soggiogata tanto da scriverle i discorsi e suggerirle le scelte politiche, oltre ad aver costruito un sistema di corruzione in cui i grandi gruppi industriali la sovvenzionavano largamente (le si contestano 69 ml di dollari di mazzette, tanto è stato appurato, ma si sospetta siano assai di più) per averne i favori.

L’indagine ha scoperchiato un verminaio, niente di nuovo per la Corea del Sud i cui “chaebol”, ovvero i grandi gruppi industriali, dirigono di fatto la società, ma per comprendere la gravità del momento basta ricordare che il leader della Samsung, un colosso che vale circa il 15% del Pil del Paese, è sotto processo per aver coperto di denaro Choi Soon-sil al fine di usare la sua influenza, come del resto hanno fatto senza fiatare tutti gli altri grandi gruppi.

Vista così può sembrare una semplice storiaccia di corruzione, ma ciò che la rende potenzialmente dirompente sono le possibili conseguenze ed il contesto; una crisi istituzionale senza precedenti che si sviluppa in concomitanza di tre fattori esterni: l’escalation di tensioni con la Corea del Nord, il cambio di Amministrazione a Washington e le nuove aspirazioni del Giappone, il tutto in un clima già reso estremamente teso dalle crescenti rivendicazioni di Pechino e dalla volontà Usa di fermarle.

Tensione fra le due Coree ce n’è sempre stata, ma adesso il regime di Pyongyang sembra assai più inquieto: dietro al crescendo di test balistici nel Mar del Giappone e l’omicidio politico di King Jong Nam, fratellastro dell’attuale leader nordcoreano Kim Jong Un, c’è un regime sempre più in difficoltà per l’isolamento e le sanzioni che si fanno più strette ad ogni nuova provocazione della Corea del Nord.

È un pericoloso circolo vizioso che potrebbe sfociare in esiti imprevedibili: Kim Jong Un sa che il suo regime può implodere ed usa la minaccia delle armi strategiche per costringere la comunità internazionale a trattare per la sua sopravvivenza. La stessa uccisione del fratellastro va letta in tal senso, all’insegna del tanto peggio tanto meglio; eliminando un possibile successore, rende ancora più catastrofico un cambio di regime dopo una sua destituzione: una Corea del Nord che implodesse incontrollata, scodellerebbe in braccio ai vicini, Cina e Corea del Sud, milioni di disperati affamati di cui nessuno intende farsi carico.

Il fatto è che la crescente aggressività di Pyongyang sta cominciando ad irritare seriamente la dirigenza cinese; Pechino ha finora appoggiato la Corea del Nord per evitare di trovarsi le truppe americane sui propri confini, ma, nell’attuale scenario, Washington ha ricevuto su un piatto d’argento la motivazione non solo per incrementare il suo dispositivo militare nell’area,, ma per schierare nel territorio sud coreano il sistema antimissilistico Thaad, ufficialmente destinato a proteggere Seul da Pyongyang, nella realtà rivolto a neutralizzare i sistemi missilistici cinesi. Suscitando le ovvie reazioni di Pechino, che si è inserita immediatamente nella disputa.

Se si pensa che ciò accade in un’area già pervasa dalle tensioni fra la Cina e i Paesi rivieraschi del Mar Cinese, sostenuti a vario titolo dagli Usa, ci si rende conto che sarebbe necessaria la massima prudenza e cautela fra gli interlocutori maggiori; esattamente quello che manca a seguito del cambio di Amministrazione avvenuto a Washington, un cambio che ha privato di interlocutori Pechino e le altre Capitali dell’area, disorientandole nel momento peggiore.

Ma non è finita: in questa delicatissima situazione, s’inserisce la crescente assertività di Tokyo; nel confuso quadro attuale e dinanzi alle sempre maggiori rivendicazioni cinesi sul mare, il Governo di Shinzo Abe ha deciso di rompere con la postura remissiva del passato, puntando a fare del Giappone una potenza militare di prima grandezza, coerente con la caratura di terza economia del mondo. Le dichiarazioni assai poco concilianti verso la Cina e la Corea del Nord, stanno a dimostrare che Tokyo vuole giocare un ruolo primario nell’area sia dal punto di vista politico che militare, sostituendo proprio la Corea del Sud.

Da quanto detto, la crisi a Seul cade in un contesto delicatissimo, in cui, malgrado nessuno al momento desideri uno scontro aperto, i fattori imprevedibili di rischio si sono moltiplicati enormemente, facendo divenire l’area una polveriera. E fra questi fattori, una Corea del Sud in profonda crisi istituzionale e con Forze Armate fra le prime 10 al mondo, è al momento forse il più preoccupante.

di Salvo Ardizzone

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