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Congo, un colosso impunemente saccheggiato

Salvo Ardizzone on 16 ottobre 2017 - 05:08 in Africa, Primo Piano

La storia del Congo è un caso a parte nel quadro pur drammatico dell’Africa; quando i Paesi europei si spartirono il Continente, esso divenne possedimento privato del re del Belgio, con tutto ciò che ne conseguì in termini di brutale sfruttamento. Anche dopo la fine del colonialismo le sue vicende furono terribili, lacerato fra dittatori e potenze straniere interessate a banchettare con le sue tante (forse troppe) ricchezze.

L’importanza del Congo sta in due fattori: da un canto le immense risorse minerarie (oro, diamanti, platino, coltan, tantalio, tungsteno, petrolio, etc, tante da farne un capriccio della natura) e le risorse naturali (legname, fauna selvatica, terreni coltivabili); dall’altro le sue stesse dimensioni: 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati con 82 milioni di abitanti tormentati dalle continue lotte per rapinare quelle ricchezze. I milioni di profughi che fuggono nei nove Stati con cui confina sono una continua fonte di destabilizzazione; senza un minimo di normalizzazione in Congo, non può esserci stabilità né pace per una vasta parte dell’Africa.

Al momento il potere è nelle mani di Joseph Kabila, che lo ha assunto in seguito all’assassinio del padre Laurent; dopo 16 anni di regno ininterrotto ha gettato sul Paese una rete di corruzione e di potere che gli assicura il completo controllo del simulacro di Stato che amministra come cosa propria. Dopo il secondo mandato, scaduto nell’autunno 2016, non può più ricandidarsi, ma a tutt’oggi non è stata fissata una data per le elezioni e, malgrado l’impegno strappato dalla Conferenza Episcopale Congolese (Cenco) a farle tenere entro il 2017, ormai è chiaro che esse non si terranno.

Kabila ha scaricato ogni responsabilità sulla Commissione Elettorale (che controlla); secondo i dati ufficiali, dalle liste elettorali mancherebbero almeno 12 milioni di votanti, e poi c’è il problema del Kasai, un’enorme regione dilaniata da una guerriglia che negli ultimi mesi ha fatto migliaia di vittime. In questo modo il Presidente sfrutta ipocritamente le croniche inefficienze determinate dal suo stesso Governo, e la guerriglia che esso stesso favorisce sottobanco in un’area desolata (e tradizionalmente a lui ostile), per rinviare le elezioni e mantenere la presa sul potere.

D’altronde, nel Congo o, come formalmente occorrerebbe dire, nella Repubblica Democratica del Congo, non esiste una opposizione organizzata; la spregiudicata cooptazione al potere di Kabila, e la naturale frammentazione, hanno di fatto eliminato ogni serio avversario politico. La Conferenza episcopale ha appoggiato la nascita di un Rassemblement de l’Opposition alla cui testa s’è posto il figlio d’un vecchio oppositore, Felix Tshisekedi, ma è tutt’altro che un avversario temibile. Oltre Tshisekedi, si muovono Moise Katuibi e Sindika Dokolo, soggetti improbabili che a vario titolo scendono in campo per reclamare una fetta di potere.

A mantenere il Congo sotto il potere di Kabila c’è la fitta rete di rapporti internazionali che esso ha costruito con altri Paesi africani, soprattutto con il presidente della Guinea Condé e con quello della Costa d’Avorio Alassane Ouattara, che garantiscono all’uomo forte di Kinshasa l’appoggio incondizionato dell’Unione Africana.

Ma è Ouattara ad essere estremamente importante perché è l’uomo della Francia in Africa ed è il suo garante all’interno della potente massoneria francese, sistematicamente schieratasi in appoggio di altri “fratelli” africani, come Omar Bongo in Gabon, Idriss Deby in Ciad o Francois Bozize, ex Presidente della Repubblica Centrafricana. Inoltre, Kabila ha tirato dalla sua parte il Belgio, facile avendo le ricchezze del Congo di cui disporre a piacimento, permettendosi così di mettere Parigi e Bruxelles in concorrenza per gli “affari”. In una simile situazione, i pessimi rapporti con l’Onu o l’Unione Europea sono ininfluenti, ed hanno danneggiato assai poco il Presidente congolese.

L’Amministrazione Obama aveva fatto pressioni per porre fine alla Presidenza Kabila, ma con Trump le cose si sono invertite: l’abolizione del Dodd Frank Act, una legge che obbligava le aziende a garantire che i propri prodotti non contenessero “minerali insanguinati”, ha dato il via libera alle aziende dello Zio Sam nella ricchissima regione dei Grandi Laghi, ridando il via ai grandi affari del passato.

È un enorme banchetto su una preda colossale a cui partecipano le multinazionali di tutto il mondo; la Cina non è presente ufficialmente, ma le sue aziende si, eccome; per tutte valga l’esempio del China Molybdenum che ha investito 2,6 Mld per il controllo del cobalto congolese.

Il Congo è fermo in un limbo: Kabila tiene le elezioni bloccate mantenendosi impunemente al potere, le opposizioni non hanno la forza (e in molti casi la volontà) di rovesciare il potere di Kinshasa e la popolazione, stremata da guerre e stenti, è ormai indifferente a tutto. A brindare sono le multinazionali libere di saccheggiare liberamente risorse enormi. Come sempre.

di Salvo Ardizzone

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