Conflitti etnici: una mistificazione

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di Cristina Amoroso

Se prima della caduta del muro di Berlino si parlava essenzialmente di conflitti ideologici, dopo il 9 novembre 1989, data che segna di fatto la fine della guerra fredda, sempre di più nel mondo si sente parlare di attriti legati all’identità dei gruppi in conflitto, quasi che sarà il problema dell’identità ad avvelenare la Storia diffondendo l’odio, la violenza e la distruzione: le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legati alla cultura identitaria.

A tale visione servì da cassa di risonanza il libro “The Clash of Civilizations”, “Lo scontro delle Civiltà”, di Samuel P. Huntington, pubblicato in Gran Bretagna nel 1996, quel volume che il premio Nobel Henry Kissinger definì “uno dei più importanti libri emersi dalla fine della Guerra Fredda”. Il libro divenne subito un best seller: conquistò l’attenzione della carta stampata, della televisione e delle università, ottenendo apprezzamenti diffusi, anche se politologi e giornalisti accorti parlarono del libro come di un volume propagandistico e contrario alla coesistenza pacifica dei popoli, ricco di stereotipi sul mondo arabo e sull’Islam.

Da allora sembra che il mondo sia attraversato da un rigurgito di conflitti etnici primordiali, e, laddove i diversi gruppi entrano in lotta tra loro, rinfocolando vecchie ostilità, intervengono a trattenerli gli Stati più potenti. Che cosa si prevede per il futuro? O piccoli gruppi tribali  frammenteranno l’ordine mondiale come vuole Robert Kaplan, o si formeranno ampie coalizioni rappresentanti le diverse identità culturali, secondo Samuel P. Huntington.

E così l’opinione pubblica, spinta a pensare che i conflitti attualmente in corso in Siria, o in Birmania, o in Nigeria o in Sudan o in Libano siano scatenati da motivi legati a diversità etnica, non riesce a cogliere la genesi del conflitto e non tiene conto della capacità che hanno popolazioni diverse di vivere l’una accanto all’altra, in una pace sociale.

Quanta responsabilità ha avuto il colonialismo nell’imporre un dominio attraverso la divisione in etnie diverse, e attraverso i privilegi concessi ad una etnia piuttosto che all’altra, come in Africa con gli hutu e i tutsi, in India con gli hindu e i sikh, in Sri Lanka con i cingalesi e i tamil, dove  la presenza stessa del dominio coloniale ha alimentato la violenza interetnica. Se alcuni di questi conflitti implicano l’esistenza di identità etniche e culturali diverse, “la maggior parte è scatenata da motivi legati al controllo del potere, della terra o di altre risorse e non ha niente a che fare con la diversità etnica”, come sostiene l’antropologo John R. Bowen.

E quanta responsabilità hanno i Paesi occidentali che appoggiano la boom economy, l’economia non solo del nuovo miracolo economico rappresentato dall’esportazione di armi, ma del loro utilizzo esplosivo nelle zone di maggior tensione del pianeta? Parlando solo dell’Italia “pacifista” in cui i risparmi dei cittadini finiscono forse per finanziare operazioni di export di armi

o aziende produttrici di armi? Quasi 6 miliardi di euro. A tanto ammontano le autorizzazioni all’esportazione di armamenti italiani rilasciate dai nostri governi verso i Paesi in conflitto nel periodo dal 2001 al 2011.

In questa ottica è bene che i cittadini siano fuorviati a pensare ai conflitti come conflitti etnici, di gente abituata da sempre a “scannarsi” per motivi culturali o religiosi. In tal modo le loro coscienze  sopportano meglio il peso di queste guerre e di coloro che devono lasciare il proprio Paese.

Attualmente, oltre 200 milioni di persone nel mondo vivono fuori dal Paese in cui sono nate. Tra queste, quasi 10 milioni sono richiedenti asilo e rifugiati che hanno dovuto lasciare il proprio Paese per mettersi in salvo dalla persecuzione, dalla tortura o da altre gravi violazioni dei diritti umani.(fonte: Amnesty International)

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