Come l’Utopia democratica genera delirio di Utopie: da Abu Bakr al-Baghdadi a Pol Pot

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di Cristina Amoroso

L’Utopia “islamica” – ovviamente di religioso non ha nulla – di Abu Bakr al-Baghdadi nel suo delirio di natura regressiva non può non ricordare un’altra utopia, quella comunista di Pol Pot, un delirio analogo di una quarantina di anni fa, dove alla falsa religione si sostituisce l’ideologia, il ventunesimo secolo al novecento, gli idrocarburi alle risaie.

Entrambe – dicono – aspirano ad una società perfetta, in cui tutti gli aspetti della vita personale, sociale e politica sono governati – secondo loro – dalla legge di Dio o dalla legge del comunismo.

La natura del potere nel Califfato si basa sul terrore, rituali superstiziosi, deportazione o liquidazione degli apostati e delle minoranze religiose “ostili”, indottrinamento dei bambini, giustizia sommaria, spoliazioni di beni, pulizia etnica e culturale, teste mozzate e mostrate sulle picche, crocifissioni, stupri di massa, bambine vendute come schiave, ostaggi decapitati, donne e bambini sepolti vivi, villaggi bruciati e centinaia di migliaia di profughi e dispersi, pezzi di umanità e di storia millenaria letteralmente cancellati, nel più barbaro dei modi.

Lo stesso schema per il governo dei Khmer Rossi, che ripetevano spesso attraverso la radio che la nuova utopia comunista necessitava solo di un milione o due di persone; per gli altri valeva il proverbio del “Tenervi non comporta alcun beneficio, eliminarvi non comporta alcuna perdita”. Tra il 1975 e l’inizio del ’79, durante il regime tenebroso e maniacale di Pol Pot, due milioni di uomini e donne, quasi un terzo dell’intera popolazione, furono brutalmente eliminati. In mezzo a loro oltre diciassettemila cambogiani – quadri del partito, diplomatici, monaci buddisti, medici, professori, studenti, artisti della antichissima tradizione nazionale di musiche e danze – entrarono nella scuola trasformata in centro di tortura. Solo sei ne sono usciti vivi. Gli altri furono portati alla periferia della città e uccisi di notte in una risaia. Uccidere con il buio era un’ossessione degli uomini con il pigiama nero, ovunque.

Sia i terroristi dell’Isis che i Khmer Rossi inizialmente erano una piccola setta, poi sono cresciuti, come prodotto di un’apocalisse di fabbricazione americana.

Secondo Pol Pot, il suo movimento consisteva in “meno di 5mila guerriglieri male armati, incerti sulla strategia, tattica, lealtà e leader”. Dopoché i bombardieri B-52 di Nixon e Kissinger iniziarono il massiccio bombardamento della Cambogia nel 1969 i Khmer Rossi hanno cominciato a crescere. Gli americani hanno buttato l’equivalente di cinque bombe su Hiroshima nelle zone rurali della Cambogia durante il 1969-1973. Hanno livellato villaggio dopo villaggio, tornando a bombardare macerie e cadaveri. Il terrore era inimmaginabile. Un ex ufficiale dei Khmer Rossi ha descritto i sopravvissuti come “congelati  che andavano in giro muti per tre o quattro giorni. La gente terrorizzata era pronta a credere a ciò che si diceva loro. Questo è ciò che ha reso così facile per i Khmer Rossi vincere la gente.
Una commissione d’inchiesta del governo finlandese ha stimato che 600mila cambogiani sono morti nella guerra civile conseguente e descritto il bombardamento come la “prima  tappa di un decennio di genocidio”. Quello che Nixon e Kissinger avevano cominciato, fu terminato da Pol Pot. Sotto le loro bombe, i Khmer Rossi sono cresciuti fino a diventare un formidabile esercito di 200mila unità. Nel suo libro Sideshow, William Shawcross sostiene che i Khmer Rossi avrebbero potuto non prendere il potere se non fosse stato per la destabilizzazione causata dalla Guerra del Vietnam, e in particolare per le campagne di bombardamento atte a “spazzar via i rifugi vietnamiti” in Cambogia.

A distanza dall’onestà omicida di Kissinger che affermava tranquillamente che in Cambogia, come in Vietnam si doveva sparare bombe su tutto ciò che si muoveva, Barack Obama accende il suo settimo anno di guerra contro il mondo musulmano da quando gli è stato conferito il Premio Nobel per la Pace. 
L’Isis ha un passato e un presente simili. Afferma John Pilger che “per la maggior parte degli studiosi di misure, Bush e Blair nell’invasione dell’Iraq nel 2003 hanno portato alla morte circa 700mila persone – in un Paese che non aveva storia di ‘jihadismo’. I curdi avevano fatto offerte territoriali e politiche; sunniti e sciiti avevano le loro differenze settarie, ma erano in pace; matrimoni misti era comuni”.

L’Isis è la progenie di quelli di Washington e Londra che, nel distruggere l’Iraq sia come Stato che come società, hanno cospirato nel commettere un crimine epico contro l’umanità. Come Pol Pot e i Khmer Rossi, l’Isis rappresenta le mutazioni di un terrore di Stato occidentale erogato da un venale élite imperialista, incurante delle conseguenze.

Se la loro colpevolezza è innominabile nelle “nostre” società occidentali, se gli unici avversari efficaci contro lo Stato Islamico sono accreditati come demoni – Siria, Iran, Hezbollah – l’Occidente si prepari ad una guerra perpetua. Più di 40 anni fa, il bombardamento Nixon-Kissinger della Cambogia aveva scatenato un fiume di sofferenza da cui questo Paese non si è più ripreso. Lo stesso vale per il reato Blair-Bush in Iraq.

I Khmer Rossi sono stati riconosciuti criminali di guerra dopo 40 anni, con l’accusa di genocidio (tecnicamente riferita “solo” all’eliminazione della minoranza vietnamita e della comunità musulmana Cham) bisognerà aspettare altri due anni. “Solo quando “noi” occidentali riconosceremo i criminali di guerra in mezzo a noi, forse il sangue comincierà ad asciugarsi,”  scrive John Pilger. Quanto dovremo aspettare?

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