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La Cia brucia i canali fra Egitto e Corea del Nord

Salvo Ardizzone on 4 ottobre 2017 - 04:50 in Africa, Primo Piano

Il sequestro di 30mila munizioni per lanciarazzi Rpg7 di produzione nordcoreana, è un monito all’Egitto perché chiuda i canali con la Corea del Nord; la rivelazione dell’operazione, fatta a posteriori dal Washington Post, si riferisce a un intervento effettuato ad agosto in acque egiziane su un cargo cambogiano partito dalla Corea del Nord. Il Cairo si è trovato costretto a intervenire dopo la segnalazione della Cia, ma in realtà, come pubblicato dal giornale, le armi erano destinate proprio all’Egitto.

Tuttavia, il tipo di munizioni sequestrate la dice lunga sulla destinazione reale del carico: quelle munizioni l’Egitto le produce largamente e non erano certo per l’Esercito egiziano, piuttosto per le milizie libiche di Haftar o per un gruppo di “ribelli” siriani. D’altronde, da molti anni il Cairo è lo snodo principale da cui la Cia smista armi di provenienza non tracciabile destinate a guerriglie e operazioni sporche, e quelle della Corea del Nord, missili balistici compresi, non hanno fatto sin qui eccezione.

I rapporti fra il Cairo e Pyongyang sono stati avviati da Mubarak, al tempo della guerra del Kippur; dopo quel conflitto, come ricompensa dell’aiuto ricevuto, l’Egitto consegnò alla Corea del Nord alcuni missili Scud B, che permisero ai tecnici nordcoreani di copiarli, dando inizio alla loro tecnologia missilistica.

Pyongyang, oltre a vendere missili al Cairo, trasferì la tecnologia perché l’Egitto li producesse in proprio, e l’ambasciata nordcoreana presso la capitale egiziana divenne il principale collettore per la vendita di missili, tecnologia militare ed armamenti presso i Paesi arabi. Non solo, dietro congruo pagamento, Pyongyang ma messo a disposizione le proprie reti clandestine per ottenere alcune tecnologie sui mercati internazionali.

Per fare un esempio, nel 2002, due nordcoreani furono scoperti a Breslavia mentre tentavano di inviare attrezzature dual-use, civile e militare, prodotte in Russia, Bielorussia e Cina, a una fabbrica egiziana gestita dall’Esercito e di proprietà del Governo. I due, sfuggiti all’arresto, erano membri dell’Ufficio 39 del Partito unico nordcoreano, incaricato di procurare valuta pregiata alla Corea del Nord.

In Egitto ci sono sempre state almeno due reti clandestine per il traffico di armi, di cui il Governo era a perfetta conoscenza: quella alimentata dalla Cia, che nel Paese dispone di propri depositi, e quella nordcoreana, per le forniture al Cairo e agli altri Paesi arabi. Fra le due reti vi sono state spesso connessioni, perché, come detto, la Cia è sempre stata in cerca di armi non rintracciabili da usare nelle proprie operazioni coperte; quale esempio, basti ricordare la vicenda della Vector Microware Research Corporation, una società Usa che nel 1998 vene coinvolta in una vicenda da cui emerse che il suo business era l’acquisto di armi russe, cinesi e nordcoreane per conto del Pentagono.

Ma il clima è ora cambiato con il progressivo deterioramento dei rapporti fra gli Usa e la Corea del Nord: uno dei motivi del raffreddamento dei rapporti fra Obama e al-Sisi era proprio il traffico di armi fra il Cairo e Pyongyang, e malgrado il riavvicinamento operato da Trump, a luglio l’attuale Amministrazione ha sospeso la consegna all’Egitto di 290 ml di dollari in aiuti militari come ritorsione per il proseguimento di quei rapporti.

In buona sostanza, in passato gli Usa hanno trovato conveniente servirsi delle reti egiziane per avere armi nordcoreane, ma adesso, con la sfida nucleare in corso in Estremo Oriente, la Cia non solo vuole interrompere ogni precedente rapporto, ma intende bruciare i canali fra Egitto e Corea del Nord, che portano a Pyongyang preziosa valuta estera. E se questo è scomodo per l’alleato egiziano e per altri stati arabi, assai poco importa.

di Salvo Ardizzone

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