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Chi non ha armato l’Is scagli la prima pietra

Redazione on 14 giugno 2019 - 09:06 in Attualità, Primo Piano

Dalla guerra tra Iraq e Iran (1980-1988) all’intervento americano in Iraq nel 2003, dagli Ak-47 russi agli M-16 statunitensi passando per i kalashnikov sovietici usati da Russia e Cina dagli anni ’70 ai ’90: queste le tappe salienti raccolte nel rapporto pubblicato l’8 dicembre da Amnesty International dal titolo “Fare scorta: come abbiamo armato lo “Stato islamico” (Taking stock: the arming of Islamic Stat). “La quantità e la varietà delle armi usate dall’Is (Stato islamico) è l’esempio da manuale di come commerci irresponsabili di armi alimentino atrocità di massa” – denuncia Patrick Wilcken, ricercatore di Amnesty International su armi, commerci di materiali e violazioni dei diritti umani.

Is“La scarsa regolamentazione e la mancata supervisione sull’immenso afflusso di armi in Iraq a partire da decenni fa sono state la manna dal cielo per lo ‘Stato islamico’ e altri gruppi armati, che si sono trovati a disposizione una potenza di fuoco senza precedenti”, prosegue Wilcken.

Il rapporto è basato sul lavoro di analisti esperti che hanno vagliato migliaia di video ed immagini, divulgate dai terroristi del sedicente Califfato e di cui è stata accertata la veridicità, e cerca di ricostruire come lo “Stato Islamico” abbia recuperato la maggior parte dei suoi armamenti e chi glieli abbia forniti. La maggior parte delle armi in dotazione allo “Stato Islamico” arrivano infatti dai depositi militari iracheni. Depositi che, secondo il rapporto, sono conseguenza diretta di decenni (almeno dal conflitto tra Iraq e Iran ma probabilmente anche da prima) di “trasferimenti irresponsabili di armi e dei molteplici fallimenti nel gestire le importazioni di armi”. Durante quel conflitto, infatti, almeno 34 Paesi fornirono armi all’Iraq. Sempre secondo quel principio mai tramontato del pecunia non olet. Nel 1990 le Nazioni Unite hanno cercato di mettere una pezza nel fallace sistema di monitoraggio sulla reale destinazione degli armamenti, con un embargo nei confronti di Baghdad, che avrebbe dovuto fermare o limitare l’afflusso di armi. Tentativo reso totalmente vano con l’intervento militare degli Stati Uniti all’indomani del 11 settembre.

“Ancora una volta dobbiamo constatare che per inviare armi in regioni instabili occorre un’analisi del rischio da parte di esperti e misure per la riduzione del danno. Sono processi lunghi che richiedono verifiche approfondite. Bisogna controllare, ad esempio, se le forze militari e di sicurezza del Paese destinatario sono in grado di sorvegliare efficacemente i depositi e rispettare gli standard del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale”, conclude Wilcken.

Dal 2003 a oggi almeno 30 Paesi, tra i quali possiamo ritrovare tutti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, hanno rifornito militarmente l’Iraq senza al contempo creare una rete di controllo che permettesse di verificare in quali mani finissero quegli armamenti. Il risultato è che, volontariamente o involontariamente, molte di quelle armi e munizioni fanno parte dell’arsenale dei “ribelli”.

Certo, questa non è l’unica via di riarmo dei miliziani. Parte dell’approvvigionamento di armi e munizioni arrivano direttamente dai saccheggi sui campi di battaglia o attraverso commerci illeciti e scambi con preziose opere d’arte. In particolare dopo la conquista di Mosul la situazione militare del Califfato è notevolmente migliorata con l’acquisizione di un’incredibile quantità di armamenti di fabbricazione internazionale, tra cui numerosi veicoli militari made in Usa.

Secondo il resoconto di Amnesty International i miliziani dell’Is avrebbero a disposizione almeno 100 diverse tipologie di armamenti e munizioni provenienti da almeno 25 Paesi, tra cui l’Italia. Nel rapporto infatti si evidenzia come, secondo fonti americane, il bel Paese abbia rifornito negli anni dal 1980 al 1988 sia l’Iraq che, in modo non del tutto trasparente, l’Iran. Inoltre tra il 2004 e il 2007 la colazione capeggiata dagli Usa e impegnata in Iraq ha firmato contratti per armamenti dal valore di circa un miliardo di dollari in armi leggere e munizioni, molte delle quali di provenienza italiana.

Non contenti, tra il 2011 e il 2013, gli stati Uniti hanno fornito all’esercito iracheno 140 carri armati M1A1 Abrams, decine di F-16 (aerei da combattimento), 681 missili terra-aria e batterie anti-aeree Hawk per il valore di svariati miliardi di dollari.

Inoltre, secondo il progetto iTrace del Conflict Armament Research, finanziato dall’Unione Europea i missili anticarro M-70 da 90 mm sarebbero molto simili a quelli trasferiti dall’Arabia Saudita all’Esercito di Liberazione siriana nel 2013 per sbilanciare l’andamento della guerra in favore delle forze anti Assad. Quella stessa Arabia Saudita continua a ricevere carichi di ordigni fabbricati dalla Rwm Italia, destinati alla lotta contro i combattenti sciiti nello Yemen.

Altro particolare interessante è la forte presenza di proiettili Wolf, fabbricati per la maggior parte in Russia dalla Sporting Supplies International, compagnia a stelle e strisce. Questi proiettili sarebbero stati infatti distribuiti dal governo Usa ai Paesi alleati della regione durante la battaglia di Kobane, tra il settembre del 2014 e lo scorso Gennaio 2015. Infine sono stati rinvenuti fucili di fabbricazione cinese, i Cq, simili a quegli stessi che il Sudan forniva ai ribelli sud-sudanesi nel 2013.

Tra chi arma gli amici e chi arma i nemici, sembra proprio che tutti finiscano in qualche modo ad armare gli uomini del Califfo, e le industrie belliche ringraziano.

di Irene Masala

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