Chi blocca l’Italia?

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di Salvo Ardizzone

L’Italia è un paese bloccato; chiunque prova a far qualcosa (intraprendere un’attività, chiedere un’autorizzazione, domandar qualcosa che è un diritto, etc.) ha la netta sensazione di muoversi nella carta moschicida, in un tunnel di uffici, pratiche, bolli che sembra fatto per complicare tutto. Ma è il paese stesso ad essere immobile, refrattario ed estraneo ad ogni tentativo di sprone da parte dei governi che si succedono; si emettono decine e decine di provvedimenti che promettono risultati di cui nessuno avverte i benefici.

È la politica (detta in senso lato) a tenerlo immobile? È sua la colpa? Si e no è la duplice risposta.

Certo: la politica (sempre in senso lato) non ha più un progetto (ammesso che l’abbia mai avuto); non ha una visione complessiva delle cose e una rotta per navigarci dentro; insomma ha perso (e da molto, ma molto tempo) quell’organico sistema di valori che dovrebbe orientare le scelte e in base al quale si dovrebbero stabilire le priorità e costruire le soluzioni ai problemi. In assenza di questo, le azioni sono troppo spesso contraddittorie perché dettate dall’emergenza e/o da spinte emotive, insomma sono improntate al più sfacciato dilettantismo. In più s’aggiunge che la qualità del ceto politico è scaduta paurosamente; le motivazioni sono tante e ci porterebbero lontano, ma è un fatto sotto gli occhi di tutti.

Dinanzi al proprio fallimento, e per porre un qualche rimedio sotto l’impatto di problemi colossali, la politica ha invocato l’intervento dei tecnocrati salutandoli dapprima come salvatori, ma anch’essi hanno fallito (e alla grande!) e vedremo poi perché non poteva essere diversamente.

Ad ogni modo, la politica (ancora in senso lato) è sempre più debole ed ha lasciato un enorme vuoto, ma in natura il vuoto non esiste, e c’è sempre qualcuno o qualcosa che lo occupa.

Con il tempo in quel vuoto è emerso e si è coagulato un blocco, legato da relazioni e cementato da interessi, in grado di svolgere il governo di fatto della cosa pubblica lasciato allo sbando dalla politica. È il blocco burocratico, serratosi in una potentissima corporazione, collegata a tutti quei settori (e sono davvero tanti) che godono di qualche rendita di posizione. Ne fanno parte, a titolo d’esempio, Consiglio di stato, TAR, Corte dei Conti, direttori generali, capi di gabinetto, segretari degli organi costituzionali (Presidenza, Camera, Senato), vertici di fondazioni bancarie e dei CdA delle società a partecipazione statale; l’elenco è assai lungo e comprende tutti gli snodi burocratici e amministrativi attraverso cui si articola il funzionamento dello stato.

Il fine primo di questa corporazione è mantenere ed ingrandire il potere acquisito, inoltre elargire benefici a se stessa o a chi le è “generosamente” vicina e garantire la propria esistenza attraverso meccanismi di cooptazione che sbarrino la strada a bazzecole come la meritocrazia.

I mezzi sono semplici ed efficaci: bisogna tener bene presente che fare una legge conta assai poco se poi non vengono redatti i decreti attuativi (che sono i funzionari a compilare); se scomoda basta procrastinare o riempirla di adempimenti che la bloccano, se deve essere modificata (anche di tanto e fino a snaturarla) per venire incontro a lobby vicine, si interviene sulle modalità di applicazione, finendo per stravolgere ogni cosa (una scusa “tecnica” si trova sempre), in una gara a complicare tutto per affermare la propria funzione indispensabile.

In questo quadro la politica può legiferare, ma le norme rimangono lettera morta; per fare un esempio, i tanti e tanto conclamati provvedimenti adottati dagli ultimi due governi (peraltro zeppi di tecnocrati) necessitano di 852 (si, avete capito bene, 852) decreti attuativi per essere finalmente operativi; la sola legge di stabilità, appena varata con tanto clamore, necessita di ben 117 provvedimenti (e scusate il nostro scetticismo sulla possibilità che mai vengano emessi); per 148 provvedimenti licenziati dal parlamento, a volte tra grandi battaglie e titoli sui giornali, sono scaduti i termini per l’applicazione.

Come si vende, è un autentico potere di veto e di blocco esercitato per mantenere tutto immobile, per continuare ad esercitare ed espandere il proprio potere: un ulteriore esempio? Qualora qualche ministro troppo decisionista imponga un decreto, è ormai prassi consolidata – badate bene, è solo consuetudine, non c’è alcuna legge che lo preveda – che tutti i dispositivi passino al vaglio della Corte dei Conti e del Consiglio di Stato, che casseranno magari gli eccessi di una politica pasticciona, ma non certo quelli “sacrosanti” della corporazione cui appartengono, blindati da una forma ineccepibile.

Un questo modo il potere, invece di essere funzionale ad un sistema paese nel suo complesso, si frantuma in un’immensa pluralità di sacche di privilegio piccole e grandi, in cui ognuno gode di una rendita di posizione più o meno vasta, ma comunque parassitaria, a scapito della collettività che s’è persa per strada.

E i tecnocrati tanto invocati? Ma come avrebbero potuto essere la soluzione? Come avrebbero potuto frantumare il blocco burocratico di cui sono l’espressione? E poi, quale progetto complessivo avrebbero dovuto portare avanti? Di quale visione del mondo, di quale sistema di valori sarebbero dovuti essere interpreti? Insomma: in nome di cosa avrebbero dovuto operare le scelte?

Le domande si rispondono da sé, ma questa situazione, oltre a far star male la gente, genera sfiducia verso uno stato che si vede sempre più estraneo e lontano dalle esigenze che toccano il popolo; tutto questo alla lunga (ed è già troppo tempo che va così) genera un ribellismo populista. Ma può essere la disaffezione e il disprezzo verso la cosa comune, può essere il populismo una soluzione? Non lo crediamo affatto, perché esso è necessariamente legato ad elementi contingenti, dolorosi (e tanto) ma frammentari; esso investe il particolare di ognuno, trae forza dalla spinta emotiva che fatti, spesso non rilevanti rispetto all’insieme, hanno. Insomma, ciascuno coglie e dà sfogo alla propria immediata emergenza, a quello tende, quello l’acceca e poco importa il resto. È assolutamente comprensibile, ma altrettanto errato se si vuole una soluzione vera.

Piaccia o no, occorre il recupero di un forte sistema di valori condivisi che orienti finalmente le scelte di tutto il sistema; occorre un forte progetto complessivo che dia ragione d’essere alla rotta; occorre una leadership che si riappropri degli ambiti usurpati dalle lobby; occorre il coraggio d’essere finalmente paese, di rompere i tabù e di andare avanti.

Ultima notazione: come detto in altri nostri articoli, sono in tanti a lamentarsi perché la crisi morde ed erode anche gli ambiti di sacche di privilegio e di sussidi barattati con il consenso alla politica con la p minuscola. Occorre convincersi che per questo non c’è più spazio, lamenti o no, se ne volgiamo uscire, questo deve finire insieme al resto.

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