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Cause e prospettive della presidenza Trump

Redazione on 14 novembre 2016 - 09:57 in Focus, Primo Piano

Trump è il nuovo Presidente degli Stati Uniti; passata la sorpresa è il momento d’interrogarsi sulle cause e sulle prospettive della più improbabile delle presidenze.

donald-trumpCiò che ha sospinto Trump alla Casa Bianca è stata una questione di classi declinate non secondo le categorie tradizionali quanto di uno scontro fra globalisti e populisti; ovvero fra chi ha tratto beneficio dalla globalizzazione e chi ne ha sentito i morsi e ne ha paura.

Il bianco che ha votato Trump non lo ha fatto perché teme la fine della sua cultura e dei suoi valori (nei fatti inesistenti), ma perché ha paura di vedersi sottrarre il proprio posto di lavoro da mano d’opera a basso costo. La medesima paura che ha spinto molti appartenenti alle minoranza disagiate a dare il loro consenso al tycoon newyorkese.

Analisti e sondaggisti hanno sbagliato clamorosamente perché non hanno compreso che ispanici, donne e così via hanno mescolato il loro voto a quello di una classe media colpita prima dalla crisi finanziaria originata a Wall Street e poi dalle delocalizzazioni delle industrie, dalla precarizzazione del lavoro, dalla diminuzione dei salari, dal calo dell’occupazione stabile. In una parola, da quella globalizzazione che ha impoverito i ceti medi e disagiati, che ne hanno sostenuto il costo, ed arricchito a dismisura pochi, facendo esplodere le diseguaglianze e la povertà.

Questa ribellione di vaste fasce dell’America “profonda” pone in primo piano la rottura fra l’elettorato americano e i cardini della globalizzazione, ovvero le fondamenta del Sistema Usa come disegnato dai centri di potere economico-finanziari che lo governano.

Uno scollamento inedito per dimensioni e portata, che tuttavia non poggia su basi ideologiche, né esprime credibili proposte alternative; è solo un’esplosione di populismo che in Trump ha individuato il suo estemporaneo campione, riversando su di lui le contraddittorie pulsioni per il proprio disagio. Per questo non è pensabile che gli Usa all’improvviso rinneghino se stessi, per esempio passando al protezionismo, perché crollerebbe l’intera impalcatura del Sistema; saranno possibili aggiustamenti da dare in pasto all’elettorato, ma non rinunceranno mai ai capisaldi della propria potenza, pena la propria scomparsa.

D’altronde, Trump sarà molto manipolato dagli apparati; la Presidenza Usa non è un potere assoluto (salvo che in caso di guerra) e il suo potere è limitato (molto) sia dal Congresso, che pur essendo in mano repubblicana gli è in larga parte ostile, sia dagli apparati federali (Pentagono, Intelligence, Agenzie Federali) che lo vedono come fumo negli occhi e faranno di tutto per insabbiare le iniziative che possano ostacolare i loro interessi.

Trump, dal canto suo, sarà pure uno scaltro uomo d’affari, ma non ha alcuna esperienza di Governo e per formare la propria squadra dovrà attingere a quell’establishment contro cui ha tuonato per tutta la campagna elettorale.

I primi segnali si vedono già nella short-list per la formazione dell’Amministrazione, con Wall Street che torna protagonista attraverso uomini provenienti sia da strutture come Goldman Sachs o Jp Morgan che dal mondo degli affari, col risultato che i suoi elettori vedranno in posti chiave il gota dell’establishment contro cui hanno votato. Il che non significa che non ci saranno cambiamenti, ma assai più sfumati di quanto urlato per tutta la campagna elettorale.

Fra i dossier di maggior peso sulle relazioni internazionali, l’unico che potrebbe veder realizzate le dichiarazioni di Trump è quello relativo ai trattati commerciali esistenti o in fase di negoziazione (Nafta, Ttip, Tpp), che verrebbero ridimensionati o affossati perché il Congresso a maggioranza repubblicana asseconderebbe il neopresidente in una svolta isolazionista. Ma necessariamente parziale perché, come detto, un isolazionismo protezionista deciso sarebbe inconciliabile con la globalizzazione su cui il Sistema Usa è fondato.

Per il resto, il dossier più caldo è quello russo: Trump ha più volte manifestato la volontà di disinnescare la guerra ibrida che gli Usa hanno dichiarato alla Federazione Russa; il Cremlino, dal canto suo, ha già manifestato interesse ad una distensione, ma a condizione di un rapporto paritario con la Casa Bianca.

Un simile sviluppo non solo potrebbe portare a rapida soluzione le più spinose crisi in Medio Oriente e darebbe un impulso determinante alla lotta al Terrorismo (obiettivo più volte manifestato da Trump), ma contribuirebbe a rasserenare un vasto quadrante del Globo. Tuttavia, una simile prospettiva vedrebbe l’aspra resistenza bipartisan del Congresso, ed ancor più del Pentagono che dallo stato di perenne crisi in Siria, Iraq e Ucraina trae enormi risorse e potere.

Inoltre, un simile sviluppo depotenzierebbe la Nato e propizierebbe un riavvicinamento fra Germania e Russia, cose entrambe improponibili al Sistema Usa, che vede in esse elementi strategici irrinunciabili, e per questo farebbe di tutto per affossare ogni iniziativa in merito del neopresidente.

Restano i rapporti controversi con la Cina, il vero rivale geopolitico degli Usa: Trump sarebbe disposto a scatenare una guerra commerciale ponendo dazi e alzando barriere, ma la realtà è che Pechino ha 3150 Mld di riserve, in vasta parte in titoli statunitensi; basterebbe che ne vendesse una piccola parte e per il Tesoro Usa sarebbe un disastro. Un confronto aspro fra le due vere superpotenze economiche non gioverebbe a nessuna delle due, e comunque destabilizzerebbe i mercati e gli equilibri del mondo intero.

A conti fatti, Trump non potrà mutare nella sostanza la posizione degli Stati Uniti, ammesso e non concesso che intenda battersi duramente per farlo; si accontenterà di alcune misure a effetto e, al massimo, ridimensionerà alcuni dei dossier più controversi (vedi l’attuale impegno in Siria ed Iraq, o il rapporto ambiguo con Arabia Saudita e Stati del Golfo che, beninteso, gli sono stati ostili puntando sulla Clinton ed ora, con tutta probabilità, la sconteranno) ma non toccherà i capisaldi della politica americana (come i rapporti con Israele, con cui ci sarà un riavvicinamento) perché per il Sistema Usa sarebbe come segare il ramo su cui sta seduto.

di Salvo Ardizzone

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