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Caso Regeni, l’Ambasciatore italiano torna in Egitto

Salvo Ardizzone on 6 settembre 2017 - 05:05 in Cronaca, Primo Piano

Il caso Regeni, a un anno e mezzo dal ritrovamento del corpo del giovane ricercatore, si arricchisce di un nuovo capitolo. È di questi giorni la notizia che l’Ambasciatore italiano, Giampaolo Cantini, ritornerà al Cairo, a darne comunicazione in Commissione Esteri è il ministro Alfano in una conferenza stampa fiume di due ore e mezza.

I Genitori di Giulio Regeni, dalla notizia, hanno comunicato il loro forte disaccordo con il ritorno dell’Ambasciatore italiano in Egitto, una notizia temuta dalla famiglia e che negli ultimi tempi si era fatta sempre più probabile. Eppure le parole di Alfano sono state lapidarie: “L’Egitto è un partner ineludibile per l’Italia esattamente quanto l’Italia è un partner imprescindibile per l’Egitto.” Una supercazzola per dire che gli interessi hanno la meglio sulla ricerca della verità.

Ma se gli interessi sono così imprescindibili, perché allora l’Ambasciatore è stato richiamato in Italia? Per esser chiari, a suo tempo il richiamo dell’Ambasciatore è stato festeggiato da molte Cancellerie europee. Perché adesso si rimanda l’Ambasciatore visto che non vi sono novità sul caso Regeni? Se si sostiene, come dichiarato adesso, che la sua presenza al Cairo aiuterebbe la soluzione del caso, non era meglio lasciarlo in modo da mettere pressione al regime egiziano?

Tutta la faccenda dimostra la pochezza, l’approssimazione e il dilettantismo dell’Italia nell’avere un ruolo nel panorama estero. Una politica estera che, dal ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni, ad oggi, ha visto passare due ministri nella poltrona della Farnesina.

È un fatto che la Gran Bretagna, e l’università di Oxford in particolare, abbiano mostrato riluttanza nel conferire con la stampa e con il Governo italiano; un atteggiamento francamente reticente a dare una mano alle indagini. Un atteggiamento verso il quale l’Italia ha dimostrato molta sudditanza, ma che il ministro Alfano non si è risparmiato dal citare nella conferenza stampa.

Tutto il caso Regeni: il motivo del rapimento, della tortura e dell’uccisione, è da ricercare nell’area degli interessi petroliferi e della crescente collaborazione economica che si stava saldando fra Italia ed Egitto, una collaborazione che dava ombra a molti. Otto giorni dopo la sua scomparsa, il corpo del ricercatore venne ritrovato (più esattamente fatto ritrovare) proprio il giorno in cui una delegazione d’imprenditori italiani guidata dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi si trovava al Cairo, il 3 febbraio del 2016. Neanche il luogo del ritrovamento fu casuale: l’autostrada Cairo-Alessandria, a poca distanza da una prigione dei Servizi egiziani.

Ora, a un anno e mezzo dall’inizio del caso Regeni tutto ritorna come prima, le relazioni si sono ristabilite. In questo periodo si sono finte facce contrite e indignate, atteggiamento che viene bene al politicante italiano, in modo trasversale e senza distinzione di età. A pagarne lo scotto sono i familiari del giovane massacrato, una famiglia che nella sua compostezza ha dimostrato di avere bene in mente il comportamento che avrebbe dovuto tenere il Governo italiano.

A pagarne lo scotto è stato anche Giulio, che si è ritrovato in un gioco molto più grande di lui, il caso Regeni, montato a bella posta da menti ciniche quanto raffinate. A sua insaputa, è il caso di dire, è stato mandato come agnello sacrificale nella tana del lupo, ma è sul suo cadavere che sta continuando lo scempio di una politica cialtronesca, ipocrita ed inetta.

di Sebastiano Lo Monaco

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