Cairo-Tel Aviv, l’asse che strangola la Striscia di Gaza

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di Loredana Morandi

Dal 2005, anno dell’evacuazione voluta da Sharon delle circa 500 famiglie di coloni nella Striscia, 8000 persone intolleranti la cui presenza mobilitava costantemente l’esercito a fronte di 1 milione e mezzo di residenti arabi, la Striscia di Gaza non ha mai vissuto un momento di vera pace.

Negli ultimi tre anni, dopo e durante il violento bombardamento del Natale 2008, l’operazione Piombo Fuso il cui nome ha una voluta assonanza con un passo apocalittico del Corano, l’esercito di occupazione israeliano ha frequentemente bombardato i confini della Striscia di Gaza per distruggere i tunnel del “mercato nero”, imponendo inoltre un pesante embargo verso ogni genere commerciale civile, dagli alimenti al carburante.

Probabilmente è nei giorni del governo Mubarak, silente di fronte a bombardamenti mirati su Gaza ma spesso sconfinanti con le terre d’Egitto, che l’esercito egiziano ha appreso la tolleranza verso questi atti violenti e la contestuale persecuzione nei confronti della popolazione araba palestinese.

Una indagine del 2009 stima che circa 7.000 persone abbiano lavorato alla realizzazione e gestione dei tunnel per gli approvvigionamenti di Gaza, il cui singolo costo si aggirerebbe intorno ai 90.000 dollari americani, onde per realizzare una struttura sotterranea alla profondità di 15 metri e per una lunghezza di circa 800 metri di percorso. Fin dal medesimo periodo dell’indagine l’esercito egiziano, con la collaborazione del genio degli Stati Uniti, ha intrapreso la realizzazione di una barriera per impedire il contrabbando verso Gaza.

In una recente intervista rilasciata all’agenzia Ma’an News il generale Ahmad Ibrahim, comandante delle forze di frontiera, ha affermato che l’esercito egiziano ha distrutto 1.055 tunnel dal gennaio 2011 ad oggi. Una stima non esatta in termini di tempo perché i tunnel demoliti nel solo 2013 sono quasi 800, a cagione del lavoro di intelligence e degli ingegneri militari. Ed in gran parte le distruzioni si sono concentrate proprio nel periodo che va dal giorno del golpe militare, che ha deposto Muhammad Morsi e la Fratellanza Mussulmana dal governo egiziano, ad oggi.

Degli aiuti economici e in materiali dati alla popolazione palestinese della Striscia di Gaza riparleremo presto, in tribunale sede della contestazione dei reati in capo al leader islamista Morsi, accusato inoltre di spionaggio a favore di Hamas.

Distrutti i tunnel ed imposto il disastro economico ai piccoli e coraggiosi imprenditori le uniche fonti di approvvigionamento della Striscia di Gaza restano quindi i due valichi: a sud Rafah, la cittadina per metà egiziana dal 1979 il cui valico è già oggetto di forte embargo dall’avvento del governo di Hamas nel 2007, e Kerem Shalom a nord in territorio israeliano, il portone della nuova Auswitz ebraica, dai quali tra una serrata e l’altra passa circa 1 terzo delle risorse necessarie alla vita nella Striscia.

Identica la situazione costiera perché, se la Marina di occupazione israeliana impedisce ogni forma di commercio marittimo e consente solo poca pesca, i pescatori di Gaza possono spingere le proprie barche entro un perimetro di 6 miglia nautiche, dalle precedenti 22 dell’accordo di Oslo, con uno sconfinamento tollerato di 1 miglio nautico a sud verso l’Egitto e di 1 mn e mezzo a nord verso le acque israeliane. E sappiamo che la marina di occupazione israeliana spara senza remore verso i pescatori palestinesi e che per colmo, anche in caso ci siano dei feriti, confisca il pesce pescato (ultimo episodio registrato da Pchr il 7 ottobre 2013).

Il risultato di tale violenta repressione a mezzo embargo della popolazione di Gaza affamata e privata di tutto è di grave allarme per le organizzazioni umanitarie. A Gaza sono oltre 100 i farmaci introvabili e più di 1000 i malati che non possono ricevere cure adeguate. L’allarme dell’Ocha, l’ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’Onu, incontra però la soddisfazione delle forze egiziane nell’aver stoppato il traffico clandestino del carburante verso Gaza, anche se questo costa il lento strangolamento della popolazione palestinese e la messa in stallo degli ospedali, in particolare quello di Shifa che con una ventina di sale operatorie può farne funzionare circa la metà. Il Pchr riferisce infatti che, fronte ad un fabbisogno medio giornaliero di 1 milione di litri di carburante, gli ultimi trasporti consentiti tramite il valico israeliano corrispondono a circa 153.000 litri.

Il regime dei militari instauratosi in Egitto e sorretto dagli Stati Uniti è sordo anche alle proteste della gioventù di Gaza, che ha portato i malati trasportabili a protestare presso il valico di Rafah. Una situazione da dirimere adatta forse solo ai caschi blu dell’Onu, ma che soffre di una ennesima riduzione dell’attenzione a causa degli altri conflitti mediorientali in corso e delle politiche pro austerity germano centriche dell’Europa.

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