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Brasile, Bolsonaro caccia medici cubani

Redazione on 21 novembre 2018 - 10:38 in America, Primo Piano

E’ scontro tra il neopresidente brasiliano Bolsonaro e il ministro della Sanità di Cuba sul Programma “Mas Medicos”, messo in atto dall’ex presidente Dilma Rousseff. Bolsonaro in campagna elettorale ha annunciato il ridimensionamento del programma, Cuba richiama 8mila “Batas Blancas” cubani. Risultato: a rischio 29 milioni di poveri. 

mais-medicos-bolsonaroIl Programma “Mas Medicos” messo in atto da Dilma Roussef nell’agosto 2013, prevedeva la presenza di medici brasiliani e stranieri per lavorare nelle aree povere e remote del Paese. La partecipazione cubana allo stesso avveniva attraverso la Pan American Health Organization e si è distinta occupando posti non coperti da medici brasiliani o da altre nazionalità. In questi cinque anni di lavoro, circa 20mila collaboratori cubani hanno garantito l’assistenza medica al 90/95 per cento della popolazione indigena, dei 5.570 Comuni del Paese solo 3.228 hanno un medico grazie a questo programma.

Il lavoro dei medici cubani in luoghi di estrema povertà nelle favelas di Rio de Janeiro, San Paolo, Salvador de Bahia in 34 Distretti speciali indigeni, soprattutto in Amazzonia, è stato ampiamente riconosciuto dai governi federali e municipali del Paese e dalla sua popolazione, secondo uno studio commissionato dal Ministero della Salute del Brasile all’Università Federale di Minas Gerais.

Il 27 settembre 2016 il Ministero della Sanità pubblica, in una dichiarazione ufficiale, ha riferito in prossimità della data di scadenza del contratto e in mezzo agli eventi del colpo di Stato giudiziario  contro il presidente Dilma Rousseff, che Cuba avrebbe continuato a partecipare all’accordo con la Pan American Health Organization per l’applicazione del programma “Mas Medicos”, a condizione che venissero mantenute le garanzie offerte dalle autorità locali, rispettate fino ad allora.

Il Presidente eletto del Brasile, Jair Bolsonaro, in tono denigratorio e minaccioso, ha ribadito che le condizioni del progetto vanno ridefinite. Potrà continuare, ha scritto su Twitter, “a patto che i dottori cubani si sottopongano ad una prova di idoneità, che ricevano lo stipendio completo (attualmente percepiscono il 25% del totale, mentre il resto se lo prende lo Stato cubano), e che possano portare con sé la propria famiglia”.

Il Ministero della Salute Pubblica di Cuba ha preso la decisione di non continuare a partecipare al programma e lo ha comunicato al direttore della Pan American Health Organization e ai leader politici brasiliani che l’hanno fondato e ha difeso questa iniziativa, tenuto conto delle parole del presidente Bolsonaro, che ha mostrato mancanza di rispetto per la Pan American Health Organization e messo in discussione la preparazione dei medici cubani. 

Se l’esportazione di servizi medici all’estero è una delle principali fonti di reddito per Cuba, dove la formazione universitaria è completamente gratuita e ogni anno migliaia di medici si laureano per esercitare dentro e fuori del Paese, non è accettabile mettere in discussione la dignità, la professionalità e l’altruismo dei collaboratori cubani che, con il supporto delle loro famiglie, attualmente forniscono servizi in 67 Paesi. In 55 anni di attività, 600mila missioni internazionali sono state condotte in 164 nazioni, coinvolgendo più di 400mila operatori sanitari, che in molti casi hanno svolto questo  compito in più di un’occasione nella lotta contro Ebola in Africa, contro la cecità in America Latina e nei Caraibi, contro il colera ad Haiti e la partecipazione di 26 brigate del Contingente Internazionale di Medici Specializzati in Disastri e grandi epidemie in Pakistan, Indonesia, Messico, Ecuador, Perù, Cile e Venezuela, tra gli altri Paesi.

Rimane di fatto la triste realtà che il ritiro degli 8mila medici cubani sarà un disastro per le zone più vulnerabili del Paese, in particolare il nord e la regione semiarida del nord-est, le favelas di Rio de Janeiro e San Paolo o le popolazioni indigene dell’Amazzonia che per la prima volta hanno potuto contare su un Camice bianco.

di Cristina Amoroso

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