Proteste a Minsk: pronta una nuova Maidan?

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Nella capitale della Bielorussia, Minsk, tra sabato e domenica sono scesi per strada circa 700 persone a protestare contro la tassa imposta (e poi sospesa) dal governo a chi lavora meno di sei mesi l’anno, considerati “parassiti dello Stato”. Da metà febbraio le proteste riempiono le strade di diverse città. A queste notizie, accompagnate dalle dichiarazioni del governo di Lukashenko, che accusa “le agenzie di intelligence dei Paesi occidentali” di fomentare le proteste, viene immediato il pensiero ad un altro scenario: piazza Maidan a Kiev, l’incubo di un massacro senza colpevoli.

proteste a minskSta di fatto però che la Bielorussia non è l’Ucraina. Come abbiamo scritto in  precedenza, il potenziale destabilizzante in Ucraina era molto più grande di quello della Bielorussia, così il globalismo nel 2014 decise, come al solito, colpendo in primo luogo l’avversario più debole. La stabilità dell’Ucraina era ben fragile (divisione tra Est e Ovest, legittimi disordini sociali per disoccupazione e precarietà di vario genere, saccheggio di fondi pubblici da parte di oligarchi e corruzione dilagante) mentre in Bielorussia questi problemi erano praticamente inesistenti, perché non sono state tollerate durante gli anni ’90 le infiltrazioni e il saccheggio oligarchico che hanno divorato dall’interno Russia e Ucraina, oltre ad una leadership forte che ha garantito gli interessi nazionali in un solido rapporto con la Russia.

Un Paese dall’economia moribonda, stretto tra la Nato, l’Ucraina e l’alleato russo

La Bielorussia, Stato sovrano indipendente alleato della Russia, è stretta dall’offensiva della Nato che non ha confini e sta inglobandosi l’Ucraina, le cui forze armate da anni partecipano alle operazioni Nato in diverse aree, dopo essersi estesa a sette Paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex Urss e due dell’ex Jugoslavia, demolita con la guerra del 1999. E’ evidente  che l’alleato russo si senta sempre più soffocato dalla presenza della Nato tanto che alla prossima seduta del Consiglio Russia-Nato, fissata per il 30 marzo, Mosca solleverà la questione della presenza militare dell’Alleanza vicino ai confini russi. Lo riferiscono i media russi citando il viceministro degli Esteri russo Alexej Meshkov.

La Bielorussia confina a sud con l’Ucraina, con la quale sta sviluppando la sua collaborazione militare, aiutandola a riparare veicoli da combattimento, fornendo vari mezzi per l’operazione “antiterroristica”, e vendendole a condizioni favorevoli il gasolio che viene utilizzato per i carri armati ucraini, in aperto contrasto con la Russia.

Un’economia quella bielorussa galvanizzata per anni dal gas russo a prezzi più bassi, dalle possibilità di esportazioni senza dazi dei prodotti petroliferi derivanti dalle materie prime russe, dalle agevolazioni per le merci sul mercato russo. Un modello economico attuale che non è più rianimabile, che – pur in assenza di corruzione – non è stato in grado di garantire un livello di vita decente per tutti i suoi cittadini, in una progressiva intensificazione di nazionalismo e di bruschi cambiamenti di rotta del governo.

Negli ultimi mesi, la Bielorussia sta manifestando reclami verso la madrepatria, un conflitto sulle tariffe del gas e del petrolio che doveva essere risolto già in autunno e alle condizioni dei bielorussi, col nuovo anno però le questioni legate alla fornitura di materie prime e alla nuova tranche di crediti russi, di importanza fondamentale per Minsk, non hanno avuto nessuna soluzione.

Rimane dunque l’interrogativo: la Bielorussia guiderà la propria politica verso un allontanamento dalla cooperazione e dal dialogo con la Russia, sulla strada dell’Ucraina, e in misura minore sulla strada della Georgia e della Moldavia, scegliendo tra male e male?

Il caso russo-bielorusso, comunque, sta attirando molta attenzione non solo presso i russi ma anche nella stampa occidentale che parla di aperture occidentali del governo di Minsk che, “per far ripartire l’economia – controllata al 70% dallo Stato – ha rafforzato la caccia agli investitori stranieri, con prime misure di liberalizzazione in materia bancaria e nelle privatizzazioni, e con l’apertura della frontiera senza visto per i cittadini di 80 Paesi, compresi gli Stati membri dell’Ue”.

Dal canto suo, Alexander Surikov, ambasciatore russo a Minsk, pur con l’intenzione di rassicurare gli animi, il 10 febbraio scorso ha dichiarato all’agenzia Tass che le analisi recenti sulle relazioni tra Russia e Bielorussia sono soltanto futili esercizi per minare la fratellanza tra di due Paesi, come avvenuto in passato in altri casi, sull’Ucraina, Moldavia e Georgia.

La Bielorussia finisca con la minaccia di virare verso ovest di Minsk, in attesa dei finanziamenti russi o del Fondo Monetario Internazionale, fermi “il pendolo geopolitico di Lukashenko”, già diventato un’espressione standard, per azzerare completamente i rapporti con la Russia e ricostruirli da capo. Altrimenti si rischia un altro scenario Ucraina, anche se in una forma minore.

di Cristina Amoroso

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