Bambini e pistole nella cultura americana

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Tra le immagini di guerra che colpiscono la sensibilità occidentale quelle dei bambini-soldato, siano essi del Mali, del Congo o di Raqqa, provocano certamente orrore e grande turbamento  in Paesi come gli Stati Uniti o l’Europa. Qui infatti si è oramai sviluppata una cultura pedagogica che pone al centro il bambino, che crede nell’importanza dell’infanzia, nel bambino protagonista attivo del processo educativo e non oggetto passivo dell’azione dell’adulto.

bambini armatiEppure, proprio nel paese di Dewey, del puerocentrismo succede che un bambino di quattro anni si sia ucciso con la pistola di sua nonna. È accaduto nell’Iowa, a Elgin. Il piccolo è morto sul colpo. L’ultimo di una serie di sparatorie che coinvolgono i bambini.

Dei 18.330 incidenti finora registrati dall’archivio di Gun Violence in questo anno, 202 bambini al di sotto dei 11 anni sono stati feriti o uccisi. A Baltimora, nel Maryland, a due anni ha sparato accidentalmente a suo padre, che è sopravvissuto. In Indiana, un bambino di due anni ha trovato la pistola nella borsa di sua madre e fatalmente si è sparato. In Missouri,  una bambina di un anno ha sparato uccidendosi con la pistola del padre.

La Campagna Brady per la prevenzione alla violenza delle armi stima che ogni giorno sette bambini e minori muoiono per colpi di pistola, 41 sono colpiti ma sopravvivono. Il gruppo stima che 2.677 bambini di età compresa tra 0 e19 anni muoiono di violenza delle armi ogni anno, e 14.822 rimangono feriti. Tra  le morti, 124 sono involontarie. Uno su tre casi sono i bambini a possedere le pistole, secondo la Campagna Brady, mentre 1,7 milioni di bambini vivono in una casa con una pistola senza sicura.

Alla fine di settembre, in una solita giornata di sabato 10 bambini e adolescenti sono stati uccisi con armi da fuoco. Sono morti in scontri ad una stazione di benzina, in incidenti nelle camere da letto, in piedi sulle scale e camminando per strada, nei colpi della malavita e in uno scambio di persona. Come il tempo, nessuno di loro avrebbe fatto notizia nazionale perché, come il tempo, la loro morte non disturba l’ordine delle  cose. Le armi da fuoco sono la principale causa di morte tra i bambini neri sotto i 19 anni, e la seconda causa di morte per tutti i bambini della stessa età, dopo gli incidenti stradali.

Un’indagine condotta da News21 Gunwars in un periodo di 11 anni, dal 2002 al 2012, ha rilevato che almeno 28mila bambini e adolescenti sono stati uccisi con armi da fuoco. Per ogni soldato americano ucciso nel corso di 11 anni di guerra in Afghanistan almeno 13 bambini sono stati uccisi negli Stati Uniti.

Se il tetro elenco di bambini che non arrivano alla scuola superiore fa dire ad Obama: “Non ci sono più scuse per non agire. Dobbiamo far ascoltare ai nostri figli i rischi che le armi pongono alle comunità, lo status quo non ha senso”, rimane una realtà spaventosa che queste armi letali sono trattate come giocattoli.

Intanto le aziende che producono armi da fuoco negli Stati Uniti mettono in commercio pistole e fucili veri per i bambini: rosa per le bambine, blu per i maschietti, anche se gli stereotipi del genere sono ormai obsoleti e fuori moda.

Può sembrare paradossale che la religione, così radicata come è nella cultura americana, non strida con il fatto di possedere armi e con l’ampia libertà del loro uso, tanto da regalare ad un bambino di nove anni, Hank, un fucile calibro 22, mandarlo a caccia da solo, e non sentire più cinquecento volte al giorno “Hey Daddy”, perché Hank si è sparato alla testa ed è morto sul colpo.

Ma torniamo in un contesto più ampio. La risposta americana alle paure, ormai è chiaro a tutti, sono le armi. C’è un problema nel comportamento collettivo, nella mentalità, nell’etica americana. Insomma la ragione della violenza in Usa non sono le armi, ma sono proprio gli americani con il loro Know how e non con il Know why.

di Cristina Amoroso

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