Bambini maltrattati in famiglia: cause e conseguenze psicosociali

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In Italia e nel mondo si registra un notevole aumento della violenza familiare, soprattutto sessuale, il patrigno che stupra la bambina, e la mamma deve accettare questa situazione per non rimanere da sola in un mondo crudele con i più deboli. La famiglia, spesso, non è più in grado di trasmettere valori e ciò porta più velocemente alla disgregazione familiare e, più in generale, alla disgregazione sociale che genera il bambino di strada. In Italia il fenomeno è molto diffuso al Sud, soprattutto in quei quartieri “al limite” dove la miseria e l’ignoranza fanno da humus ad una situazione di degrado che vede i bambini e gli adolescenti tristemente protagonisti, e facili prede di traffici loschi.

bambiniAnche in Brasile la situazione è seria. I bambini di strada si organizzano e trovano quella sicurezza che la loro casa non gli offriva. Si sentono forti, fanno gruppo, diventano spesso violenti. Ci sono delle regole da seguire, dei capi a cui ubbidire, invidie e vendette. Poi incontrano la violenza della strada perché la polizia li bracca, li prende, li picchia, stupra le bambine. Una ragazza quattordicenne salvata da una missione cattolica riferisce: “Gli uomini vengono al mattino ci prendono e ci stuprano oppure ci portano alla polizia e là fanno tutto quello che vogliono di noi; dicono che se noi diciamo qualcosa, loro ci ammazzano”. Poi anche la gente comincia ad essere violenta con i bambini di strada, “sono come dei topi o dei cani rabbiosi” dicono, e qualcuno arriva perfino a consigliare di ucciderli per tenere “pulita” la città. In Brasile i meninos de rua diventano pericolosi per la società perché rubano, assaltano i turisti, ostacolano il commercio, si organizzano in gruppi. La società è in genere contro i bambini di strada, li vede come un pericolo ed allora ecco la nascita degli squadroni della morte. Quando questi bambini sentono che la strada è diventata cattiva e pericolosa, allora è il momento in cui cercano un’alternativa. Dice Valeria, 15 anni con una bambina di appena venti giorni: “Io non voglio più andare in strada, sono sette anni che sto in strada ed i miei amici sono stati uccisi quasi tutti. Non voglio che mia figlia viva come me. Voglio che studi. Io non ho mai studiato, io non sono nessuno. Voglio che sia registrata all’anagrafe, non come me che non ho documenti e che non sono nessuno”. Nella strada tentano di riprodurre la famiglia: allora c’è il papà di strada e la mamma di strada e ci sono i fratellini. Nelle famiglie d’origine, sono proprio i loro genitori a spingerli a delinquere per procurargli cibo e droga. Questi bambini, pur essendo sfuggiti a causa della loro triste realtà familiare, hanno talmente sete di famiglia che anche nella strada cercano di ricostruirla. E’ questo il punto fondamentale da cui partire per lavorare con i meninos de rua. Molto spesso, per sfuggire a situazioni di disagio familiare, questi bambini finiscono in strada prede della criminalità organizzata o di gruppi armati, come in Colombia e in Africa.

Violenze sui bambini: un trauma psicologico permanente

Sono 275 milioni i bambini nel mondo ad essere esposti a violenza in casa, 1 adulto su 4 dichiara di aver subito abusi fisici da bambino e 1 adolescente su 3 (84 milioni) sono stati vittime di violenza emotiva, fisica o sessuale. In Italia, sono oltre 91 mila i bambini che hanno subito maltrattamenti (9,5% della popolazione minorile) e quasi 30 mila (28.449) i bambini che in Italia vivono separati dalla loro famiglia. Il 37% per grave incapacità dei genitori nel rispondere ai bisogni dei propri figli o perché hanno subito maltrattamenti e abusi. Dallo studio del 2006 delle Nazioni Unite emerge che, spesso, c’è una vera e propria accettazione sociale della violenza: i bambini e gli autori possono considerare la violenza fisica, sessuale e psicologica come inevitabile e addirittura normale.

La violenza assistita non ha conseguenze sui bambini e/o sui giovani solamente quando l’autore è il padre, ma anche quando si tratta di altre persone di riferimento e vicine, come p.e. il partner della madre, i nonni, etc. Nella maggior parte dei casi la violenza assistita è vissuta dai bambini/giovani in un contesto familiare dove il padre è violento con la loro madre. In alcuni casi ciò porta ad un rapporto di terrore con l’adulto violento con il quale cercano di evitare qualsiasi contatto. Purtroppo non tutti i bambini/giovani riescono a mettere in atto questo tipo di reazione auto-difensiva. Dipende anche molto da come l’ambiente circostante reagisce alle violenze e alle reazioni del minore. Il comportamento auto-protettivo sopra descritto è più frequente con bambini/giovani che hanno avuto un modello comportamentale corrispondente e quando il comportamento di rifiuto per ogni contatto con il padre (p.e. per il diritto di visita) venga preso sul serio. Però i bambini si possono anche sentire parte integrante della madre e/o del padre, può succedere che scatti l’identificazione con il padre violento, pur disprezzando il suo comportamento o avendone paura. Attraverso questo capovolgimento dei ruoli i bambini/giovani si trovano in una situazione permanente di pericolo e il sovraccaricarsi in tal modo porta spesso a traumi e altre conseguenze. Attraverso l’identificazione con l’aggressore il bambino salva il genitore violento come buon soggetto. La colpa dell’aggressore si trasferisce sul soggetto più debole. La rimozione emerge nei bambini attraverso loro fantasie di un altro mondo, pacifico e bello, che corrisponde al desiderio di cancellare le violenze subite. Ciò può avvenire anche attraverso il processo del capovolgimento nell’opposto, ovvero attraverso la trasformazione del senso di impotenza e di essere indifeso in uno stato di capacità di agire. I meccanismi diversi che il bambino/giovane può mettere in atto per difendersi non annullano però la reale esperienza di violenza che può portare a varie conseguenze. La dichiarazione “I bambini erano comunque troppo piccoli per capire” è una delle tante errate convinzioni. L’età e il grado di sviluppo del bambino non impediscono la percezione della violenza. Le conseguenze pisco-fisiche della violenza assistita sono individuali e variano a seconda della capacità di elaborare le informazioni consone all’età e delle esperienze di vita sin a quel momento maturate. In ogni caso si deve considerare che la violenza assistita provoca un grande smarrimento (p.e. a causa del conflitto di lealtà), insicurezze e un carico psicologico che possono portare a patologie e disturbi psico-somatici, con reazioni di stress, e persino allo stress post-traumatico, aggressività e altre forme comportamentali patologiche, problemi intrapersonali, paure, ansie e problematiche ossessive, disturbi dello sviluppo, comportamento regressivo o disturbi alimentari, tanto per menzionare alcune conseguenze.

Le conseguenze possono protrarsi sino all’età adulta e manifestarsi solo a quell’età o portare ad altri disturbi psichici o patologie (p.e. disturbo della personalità, patologie da dipendenze o assuefazione). Soprattutto nei bambini più grandi e adolescenti si notano disturbi nel comportamento sociale. Con il raggiungimento di una certa autonomia e libertà di decisione si presentano alcuni modelli comportamentali. Pertanto si possono avere i c.d. “sbandati”, quelli che scappano di casa, “ragazzi di strada”, che non abbandonano casa per gioia o spirito di avventura, ma per la paura degli adulti violenti. L’esperienza della violenza ha intaccato fortemente la loro fiducia nell’altro e non hanno potuto acquisire nella loro famiglia di origine le competenze necessarie per i rapporti interpersonali, portandosi dietro gravi deficit sociali tanto da trovarsi in enorme difficoltà nelle relazioni future.

Dunque, s’intuisce il ruolo fondamentale e l’enorme responsabilità di un contesto familiare sano e attento alle esigenze dei più piccoli, l’unico a poter garantire una normale crescita psico-fisica senza conflitti. In caso contrario, una famiglia violenta innesca un meccanismo psicologico e traumatico nel bambino che poi inevitabilmente si riversa all’esterno, come rivalsa per una mancata vita familiare adeguata. Il bambino sfoga all’esterno le sue frustrazioni per le deluse aspettative familiari. Da qui la necessaria dicotomia: famiglia sana – società civile sana.

di Cinzia Palmacci

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