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Augusta: un prete coraggio contro il muro di omertà

Redazione on 29 gennaio 2018 - 02:36 in Attualità, Primo Piano

Ci siamo recati ad Augusta, in provincia di Siracusa, la capitale del più grande polo petrolchimico d’Italia; laggiù ci sono almeno 18 stabilimenti che da decenni avvelenano l’ambiente e la popolazione, causando una spaventosa proliferazione di tumori, aborti spontanei e malformazioni fra i bambini che riescono a nascere. Una strage passata sotto silenzio dalle autorità, che un prete, don Palmiro Prisutto, il parroco della Chiesa Madre, cerca di denunciare in tutti i modi infrangendo il muro di autentica omertà che la circonda.

Abbiamo concordato per telefono un’intervista: ci incontriamo un sabato pomeriggio assolato, con l’estate siciliana che picchia ancora forte; ci riceve nella canonica, più tardi deve celebrare un matrimonio. Scambiamo solo poche parole prima di cominciare con le domande, ha voglia di gridarla quella verità che tutti tentano di tenere nascosta; di seguito riportiamo il contenuto dell’intervista che è in fase di montaggio e presto pubblicheremo su un video, insieme alle immagini di quel territorio devastato.

D: Il triangolo fra Augusta, Melilli e Priolo ospita il più grande polo petrolchimico d’Italia, un’enorme concentrazione di impianti che hanno completamente stravolto un territorio, incidendo su di esso sotto il profilo sociale, ambientale ed economico: cosa hanno dato e cosa hanno preso da questa fetta di Sicilia?

Prisutto: Non è facile rispondere: l’industrializzazione di Augusta parte dalla fine degli anni ’40; allora la gente viveva di pesca, di artigianato, dell’estrazione del sale; l’avvento delle industrie ha fatto cambiare radicalmente le cose, quelle attività sono state abbandonate perché l’industria prospettava stipendi più alti e garanzia dei posti di lavoro. Dopo la prima industria, la Rasiom, venne la Sincat, divenuta Montedison, e poi nacquero tutte le altre fino a che i petrolieri hanno colonizzato tutta la rada di Augusta. All’inizio sembrava bello, da piccoli dicevamo che eravamo fortunati perché avevamo le industrie, ma non ci rendevamo conto di quello che avrebbero provocato; lo abbiamo constatato negli anni ’70, vent’anni dopo, con la scomparsa di specie ittiche, la moria di pesci, la nascita di bambini malformati, l’aumento della mortalità per cancro. Ci siamo resi conto che qui lo sviluppo aveva un significato diverso. Molta gente ha goduto di quel benessere che si toccava con mano, ma presto sono apparsi i danni alla salute e all’ecosistema, perché le industrie hanno inquinato tutto ciò che era possibile inquinare: il mare, la falda, il sottosuolo e l’atmosfera. Ora vivere qui è un problema.

D: Questo stravolgimento totale del territorio, quali ricadute pratiche e più visibili ha avuto sulla vita della gente e della comunità?

Prisutto: A parte l’effimero benessere, le ricadute sono state negative. Solo per fare un esempio, Augusta ha una delle più belle coste della Sicilia e non solo; decine e decine di chilometri di coste stupende che non avrebbero nulla da invidiare a quelle più rinomate, dove, grazie al clima, sarebbe stato possibile ospitare turisti per la maggior parte dell’anno. L’avvento delle industrie ha tagliato le gambe alla possibilità di qualsiasi sviluppo del turismo; le eccezionali potenzialità di tutta la costa a nord di Siracusa non possono più essere sfruttate. Ho coniato uno slogan per questa situazione: “Di petrolchimico si muore, di turismo si vive”. Qui hanno fatto la scelta di morire di petrolchimico.

D: Come mai la popolazione, pur consapevole della gravissima situazione, sostanzialmente la subisce senza le proteste clamorose che meriterebbe?

Prisutto: In questi giorni mi è venuta in mente l’immagine dei giornalisti sgozzati dai terroristi in Iraq e Siria e ho fatto un raffronto con la situazione che vive la gente di Augusta, Priolo e Melilli; mi spiego: fatte le ovvie differenze, quale reazione ci si può aspettare da una persona immobilizzata e con un coltello puntato alla gola se non quella della rassegnazione. Il ricatto occupazionale è il coltello puntato alla gola dei cittadini di questo territorio, la minaccia che li paralizza; ma di fronte a questa strage che dura da quasi sessant’anni nessuno al di fuori di questo territorio s’indigna, nessuno si scuote, eppure la strage è reale, i dati che abbiamo raccolto lo documentano. I cittadini, almeno quelli che si sono liberati dal ricatto occupazionale, hanno cominciato a collaborare e abbiamo la speranza che qualcosa possa cambiare.

D: Ma quali sono i numeri veri di questa strage?

Prisutto: I numeri veri probabilmente non li sapremo mai, e per una serie di motivi; primo fra tutti il fatto che vi è una sorta di vergogna a confessare d’aver avuto un morto di tumore in famiglia, d’aver avuto un bambino malformato, d’aver avuto un aborto. Da statistiche raccolte, posso dire che ad Augusta per ogni nascita vi è almeno un aborto spontaneo, il loro numero si equivale; poi c’è la tragedia dei bambini malformati, altre povere vittime; poi ancora c’è il numero dei morti di cancro: ogni famiglia ne ha avuto almeno uno, è un fatto risaputo; considerando il numero di famiglie che vivono nel comprensorio, parliamo di migliaia e migliaia di vittime. Ma queste cifre non le riscontriamo da nessuna parte perché abbiamo visto troppe volte casi in cui il decesso d’un malato terminale di cancro veniva registrato come arresto cardiocircolatorio. Già negli anni ’80, il dottore Giacinto Franco, da indagini che aveva eseguito, aveva scoperto che l’incidenza della mortalità per cancro ad  Augusta era del 30%, una cifra che parla da sola.

D: Dinanzi a questa situazione, cosa le risulta che abbiano fatto le dirigenze di questi colossi industriali?

Prisutto: Ovviamente loro non parlano, ma i fatti fanno trasparire la loro posizione; le industrie hanno un solo fine: il profitto, pur di realizzare il massimo profitto non tengono conto dell’ambiente, della salute e della vita della popolazione. A cavallo fra gli anni ’70 e ’80 il pretore Condorelli tentò di affrontare la situazione e minacciò la chiusura degli stabilimenti. La risposta agli inizi fu: ”Ce ne andiamo”; certamente in qualche altra parte del mondo c’era qualche altro territorio di poveri da poter sfruttare a loro vantaggio. Loro dicono di rispettare l’ambiente, di essere in regola, ma la situazione è diversa. Qui abbiamo 18 stabilimenti ad alto rischio di incidenti rilevanti; singolarmente potrebbero essere in regola, ma messi insieme sommano la situazione di pericolo di ciascuno di essi determinando un quadro che non è affatto quello che descrivono. In questo i sindacati hanno avuto un ruolo e una responsabilità determinanti, perché fin’ora hanno voluto tutelare solo l’aspetto occupazionale, ignorando del tutto il problema salute e ambiente; solo ora questi aspetti stanno cominciando a emergere, ma, nonostante tutto, c’è una fetta di sindacati che continua a ignorarli, continuando a dire che qui le industrie e l’ambiente possono convivere.

D: Dinanzi allo spaventoso quadro che emerge, sia sotto l’aspetto della salute pubblica che ambientale, ha notizie di interventi sostanziali da parte delle autorità sanitarie o preposte alla tutela del territorio?

Prisutto: Praticamente nessuno; le tante richieste sono rimaste senza alcun risultato, il quadro tragico e gli allarmi sono stati minimizzati. Quando il dr. Giacinto Franco ha denunciato l’alta mortalità correlata a patologie derivanti dall’inquinamento, una vasta parte della classe medica lo ha accusato di fare terrorismo. D’altronde che possiamo aspettarci? Il registro tumori dell’Asl è curato dalla stessa persona che fa il consulente per le industrie; è fermo al 2006, e in una situazione in cui chi dovrebbe fare i controlli è anche portatore degli interessi di chi dovrebbe essere controllato, in manifesto conflitto d’interessi, che speranze abbiamo? Il centro nascite di Augusta, malgrado servisse un comprensorio più vasto, è stato chiuso e accorpato a quello di Lentini; così è assai più difficile censire i casi di aborto spontaneo e le malformazioni del territorio. È evidente che, avuta consapevolezza del problema, lo si è voluto coprire, chiudere gli occhi come dinanzi a ogni altra cosa che riguardi gli interessi della zona industriale.

di Salvo Ardizzone

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