Assange rimosso dal manicomio politico

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Dopo sette anni di reclusione nell‘ambasciata dell’Ecuador prima da rifugiato, grazie a un presidente ecuadoriano perbene, Correa, e, poi, da ostaggio e prigioniero, per servilismo agli Usa di un presidente fellone, Moreno, Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, l’eroe della libertà di informazione costretto a un esilio forzato e illegale, è stato rimosso dal suo manicomio politico, trasportato con la forza fuori dall’ambasciata ecuadoriana a Londra.

AssangeCronaca di una rimozione

L’11 aprile alle 9,44 un video esclusivo dell’agenzia di video Ruptly di Rt ci mostra Julian Assange trascinato fuori dall’ambasciata ecuadoriana a Londra. Un Assange in disordine con la barba completamente bianca portato fuori dall’edificio tenuto per le gambe, urlando “Devono resistere, resistere nel Regno Unito… devono resistere…” mentre viene forzato in un veicolo della  polizia, per essere portato a Westminster Magistrates’ Court.

Lo scoop migliore di questi ultimi anni è stato filmato in esclusiva dall’agenzia russa nel cuore della città dove la Bbc ha la sua sede centrale e la Cnn va sbraitando contro chi ha allertato i russi, presenti a tempo pieno sul posto. Wikileaks ha riferito venerdì che l’Ecuador ha in programma di espellere il suo fondatore “nel giro di poche ore”.

Lenin Moreno, ultimo anello delle Cospirazioni contro Assange

In un video di tre minuti, il presidente della Repubblica dell’Ecuador, Lenin Moreno, ha spiegato i motivi per cui ha ordinato la rimozione dal manicomio politico di Assange. Tra le ragioni, egli sostiene “la condotta irrispettosa” e “le dichiarazioni scortesi” del fondatore di WikiLeaks. Nel dicembre scorso ha dichiarato che Assange “non piace” e che “si cerca il modo” perché abbandoni l’ambasciata a Londra.

Da tempo come abbiamo messo in evidenza in un nostro articolo del 3 dicembre scorso, il Regno Unito e  l’Ecuador cospiravano per consegnare Julian Assange alle tenere premure della Cia e dell’Fbi. Sono state fatte pressioni sul governo di Moreno da parte del Regno Unito, scendiletto di Washington e degli Stati Uniti che cercano vendetta contro WikiLeaks, la libera informazione che ha parlato delle elezioni americane, delle guerre della Clinton e di Obama, della politica estera americana, facendo infuriare la Clinton per la pubblicazione di 33mila email insabbiate e successivamente facendo mutare atteggiamento di Trump verso WikiLeaks con la pubblicazione di “Vault 7”, la più grande fuga di informazioni riservate della Cia.

La vittoria di Moreno ha portato a termine il mandato di dieci anni del popolare presidente di sinistra Rafael Correa, che aveva concesso asilo politico ad Assange. Lo aspetta l’estradizione negli Usa e un processo in base ad accuse segrete, formulate da un Gran Giurì segreto, che prospettano la condanna a morte.

Immediata è stata la risposta dell’ex presidente Rafael Correa una volta conosciuto quello che è successo: “Lenin Moreno, il più grande traditore della storia dell’Ecuador e dell’America Latina, ha permesso alla polizia britannica di entrare nella nostra ambasciata a Londra per arrestare Assange”, ha dichiarato nel suo account Twitter.

L’uccisione del giornalismo in pochi secondi

Il giorno dopo scorrendo i giornali abbiamo avuto la nauseante sensazione che la libera informazione è morta, nessuna assoluzione per Assange: condannato perché ha rivelato segreti di Stato, perché agente di Mosca, personaggio ambiguo, paladino dei populisti, non è un giornalista, ha un’agenda politica precisa con una spruzzatina di antisionismo.

A questi pennivendoli, allineati alla versione Cia, megafono dei neo-conservatori statunitensi, ricordiamo che Assange e Manning (che, rifiutatasi di testimoniare contro Assange, è stata di nuovo incriminata dopo avere già scontato sette anni di carcere) sono gli eroi della  libera informazione, i disvelatori e comunicatori di ciò che il potere fa di nascosto e ai danni dell’umanità. Sono ciò che dovrebbe essere un giornalista e che nell’era della globalizzazione, cioè della presa di possesso di tutto, non esiste più.

La voce traditrice di Moreno è un triste segno per i popoli sudamericani, che, alleati con l’imperialismo degli Stati Uniti e “sindacalizzati” con il continente, in questo momento stanno cercando di abbattere quanto raggiunto dai governi progressisti e spingere il popolo verso periodi di subordinazione politica ed economica agli Stati Uniti e perdere le conquiste dei governi di Correa, Lula, Cristina, Nestor e Chavez.

di Cristina Amoroso

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