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Armi cinesi per sostenere l’imperialismo di Pechino

Salvo Ardizzone on 30 agosto 2017 - 11:39 in Asia, Primo Piano

L’esportazione di armi cinesi è in continua espansione: secondo un recente studio del Sipri, nel quinquennio 2012-2016 il volume della vendita di armi cinesi ha registrato un incremento del 74% rispetto al quinquennio precedente, conquistando la terza posizione nel mercato globale del settore dietro a Stati Uniti e Russia, sia pur a notevole distanza, e superando Regno Unito, Francia e Germania. A impressionare è soprattutto la penetrazione sui mercati, che vede le armi cinesi in dotazione a 44 Paesi soprattutto in Asia ed Africa.

In questo exploit non è il fatto economico ad essere rilevante, quanto l’uso geopolitico che ne viene fatto da Pechino, che mantiene il proprio frastagliato sistema industriale degli armamenti sotto un rigido controllo (con la parziale eccezione della Norinco), strettamente funzionale agli interessi di politica estera ed economica.

Tralasciando la descrizione della peculiare struttura dell’industria della Difesa cinese (ci porterebbe lontano), diremo che mentre le procedure di autorizzazione delle vendite sono adesso abbastanza trasparenti e in qualche modo adeguate agli standard internazionali, discorso a parte è chi incassi i soldi, anzi, i dollari con cui avvengono di norma le transazioni, invece che gli yuan con cui sono regolati i rapporti fra le fabbriche che producono e le agenzie autorizzate a vendere all’estero i sistemi d’arma.

Ma non è questo il punto; come accennato, la questione dei soldi è nei fatti poco rilevante perché le attuali vendite, di norma, sono determinate marginalmente dal loro valore economico, e questo segna una fondamentale differenza rispetto ai Paesi occidentali ed alla stessa Russia, che vedono nelle esportazioni una fonte indispensabile di valuta e uno strumento necessario per coprire i costi di sviluppo dei sistemi venduti.

La posizione di Pechino è assai più simile a quella Usa, in quanto considera l’esportazione di armi cinesi funzionale alla politica estera per sostenere la propria penetrazione, nel passato essenzialmente commerciale adesso strategica a tutto tondo, per cui gli interessi in gioco sono immensamente superiori ai ricavi derivanti dalle vendite di armi in sé, che molto spesso vanno di pari passo ad accordi su scala enormemente più ampia.

Questa impostazione è lampante in Africa, dove la Cina sta mettendo in atto una strategia di vastissima portata per mettere le mani sulle risorse del Continente, e su ampi territori da sfruttare applicando il land grabbing. Le cessioni a prezzi d’assoluto favore di quantità relativamente modeste di armi cinesi, magari poco sofisticate ma essenziali per i gruppi di potere che reggono i vari Stati africani, vengono concepite per sostenere le politiche di sfruttamento dell’imperialismo cinese; in esse è del tutto assente alcuna forma di garanzia strategica fornita all’acquirente, aspetto tipico della maggior parte delle vendite di armi occidentali.

In altre parole, chi compra armi cinesi non lo fa per mettersi sotto la protezione di Pechino, e Pechino si guarda bene dall’impegnarsi con alcuna garanzia.

Questo uso essenzialmente strumentale e non commerciale delle vendite di sistemi d’arma viene evidenziato dal fatto che il 71% delle esportazioni di armi cinesi, nel quinquennio 2012-2016, siano state indirizzate in tre soli Paesi, Pakistan, Bangladesh e Myanmar, su cui la Cina ha particolari interessi geostrategici, mentre il resto è stato diretto verso un alto numero di Paesi, essenzialmente africani, di limitate possibilità finanziarie ma di alto interesse economico per Pechino.

Diversi analisti, soprattutto americani, dando prova di notevole arroganza e scarsa comprensione, ha voluto negare il valore strategico di quelle vendite a causa del modesto contenuto tecnologico dei sistemi d’arma venduti. La realtà è che quelle cessioni di armi cinesi, di facile uso e a prezzi assolutamente concorrenziali, sono finalizzate a sostenere la penetrazione cinese nei Paesi destinatari ed a costruire una sorta di monopolio sui loro mercati, come di fatto già accaduto in Africa, legandoli ulteriormente a Pechino.

Lasciando da parte la reale qualità delle armi cinesi, che presentano ancora un notevole gap nei confronti delle realizzazioni occidentali e russe, è un fatto che quelle a più alto contenuto tecnologico prodotte in Cina altro non sono che copie di quelle occidentali o russe sinora riprodotte con alterni risultati, ma è questo il punto: la vendita di armi cinesi è  e per ora vuole rimanere essenzialmente uno strumento per il conseguimento di altri fini che al momento funziona in maniera eccellente.

Tuttavia l’espansionismo dell’imperialismo cinese, e le crescenti risorse destinate allo sviluppo di adeguati strumenti militari che lo appoggino, stanno elevando gradualmente il livello tecnologico dei sistemi d’arma di Pechino, e non passerà molto prima che la Cina potrà dotarsi di armamenti in linea con le proprie ambizioni. Ma questo è tutt’altro discorso rispetto all’attuale esportazione delle armi cinesi e ai suoi fini.

di Salvo Ardizzone

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