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Alla scoperta della Persia Zoroastriana ad Abyaneh

Redazione on 25 gennaio 2019 - 03:22 in Asia, Cultura, Primo Piano

Persia – Salta subito agli occhi, il suo colore rosso spicca inevitabilmente contro l’arido sfondo delle montagne del Karkas sulle cui pendici è arroccato. Situato tra Isfahan e Kashan, a circa 300 km da Teheran, il paesino di Abyaneh mi dà subito l’impressione che i confini tra il tempo e lo spazio qui siano sfocati. Il posto vanta una chiara resistenza a tutto ciò che è modernità e globalizzazione, e rappresenta un perfetto esempio di come l’uomo si sa adattare alla natura che lo circonda senza comprometterne la bellezza e il patrimonio.

persia-abyanehDi evidente impronta Zoroastriana e risalente al periodo Sassanide, qui la vita scorre lenta e tranquilla, più o meno come 2000 anni fa, lingua, tradizioni, abbigliamento e stile edilizio in mattoni rossi compresi. Perfetto incontro tra natura e presenza umana, Abyaneh è quello che di meglio si può trovare per rivivere lo spirito dell’antica Persia.

L’organizzazione stradale del piccolo centro abitato è confusa e labirintica, e perdersi è la cosa più istintiva da fare. Semplici e eleganti moschee e piccoli negozi di artigianato locale sono gli unici punti di riferimento in questo dedalo di stradine lastricate e costruzioni in terracotta che a un occhio inesperto sembrano tutte uguali. Ma non c’è da preoccuparsi, in perfetto stile iraniano, forse una delle poche caratteristiche che gli abitanti di Abyaneh condividono con il resto della popolazione, per qualsiasi difficoltà ci si può rivolgere al primo passante, che sarà felice di dare una mano, anche se molto probabilmente sarà in una lingua che solo i nativi conoscono, tramandata con orgoglio di generazione in generazione.

Essendo lontano da tutto ciò che conosco e su cui mi posso basare per fare paragoni, decido che niente ad Abyaneh mi può stupire, neanche la vista dei coloratissimi e floreali veli delle donne locali, la maggior parte over-70, una sorta di vezzo stravagante e eccentrico che l’universo femminile del posto ha adottato nel corso dei secoli, in una sorta di atteggiamento rivoluzionario di contrasto alla esasperante semplicità dello sfondo urbanistico.

Il panorama che si estende a perdita d’occhio è probabilmente una delle migliori caratteristiche del nostro hotel. La sera siamo tutti riuniti per una cena tradizionale, dizi in tavola, servito con tutto l’armamentario necessario per il consumo, quasi una cerimonia da ripetere ogni volta che lo si mangia. Chi seduto ai rustici tavoli, chi semi-sdraiato su larghi sofà circondati da cuscini ricamati, dove gli Iraniani amano consumare i pasti in relax, tutti ci prepariamo al rituale. Una sorta di spezzatino a base di pecora, dizi è servito insieme a un piccolo mortaio in cui i commensali devono schiacciare le verdure e la carne, da mangiare accompagnata con un brodo denso di colore rosso scuro in cui viene inzuppato pane croccante che fa le veci di una minestra. È impossibile non notare gli stessi odori e sapori che popolano la cucina mediterranea. Chi in maniera più esperta (gli Iraniani) chi in modo decisamente più maldestro (il resto del mondo), tutti terminiamo quello che abbiamo nel piatto e ci diamo alle altre prelibatezze del posto, dallo yogurt ai dolci.

In Vicino Oriente una serata non si può considerare conclusa se non è arricchita dalle fragranze dei narghilè, e l’Iran non fa eccezione. Dopo cena, io e gli altri ragazzi del gruppo, i cui componenti appartenevano alle nazionalità più diverse, dall’iraniana all’indiana, dalla pakistana alla francese, dalla libanese alla norvegese, dall’inglese alla palestinese, ci dirigiamo lentamente verso i larghi sofà dell’ampia terrazza, e a lume di una lampada a olio vecchio stile, condividiamo un narghilè alla mela e uno alla fragola, scambiandoci eruditi consigli sulle nostre rispettive lingue e inviti e promesse di ospitalità nei rispettivi Paesi di provenienza.

Il giorno dopo la direzione è di nuovo Teheran, destinazione aeroporto internazionale Khomeini. Lasciando Abyaneh, il panorama è mozzafiato come il giorno in cui siamo arrivati, ma il pensiero che dopo poche ore sarei imbarcata sull’aereo che mi avrebbe riportata in Europa lo rende meno seducente.

Al momento della partenza, accompagnandomi al taxi, Mohammad sa come tentarmi: “La prossima volta andiamo a Isfahan”. Lo prendo sul serio, perché se in Iran l’ospitalità è sacra, in Italia ogni promessa è un debito.

di Angela Corrias

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