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Al Shabaab, un paravento per trame di potere

Salvo Ardizzone on 3 novembre 2017 - 10:53 in Africa, Primo Piano

Lo scorso ottobre la Somalia è stata scossa da due stragi immediatamente addebitate ad Al Shabaab; in realtà solo la seconda, di gran lunga meno sanguinosa, è riconducibile ad essa; nella prima, una spaventosa mattanza che ha provocato oltre 350 morti, s’indovinano le trame di uno scontro di potere di cui Al Shabaab è uno strumento.

Malgrado i tanti tentativi che, a parole, la comunità internazionale ha fatto per sostenere il Paese, la Somalia resta uno Stato irrimediabilmente fallito sia per oggettive difficoltà a  restaurare una parvenza di “normalità”, sia, e ciò è l’importante, perché a troppi fa comodo un buco nero in cui ognuno può fare ciò che crede, a un passo dalla fondamentale via d’acqua di Bab el Mandeb e comunque sul Corno d’Africa, nella zona in cui è in corso una lotta che ha per obiettivo il mantenimento o il completo rovesciamento degli equilibri di potere che hanno dominato l’area e l’intero Medio Oriente.

Le responsabilità dietro al camion d’esplosivo che il 14 ottobre ha devastato la centralissima Jidka Afgooje, a due passi dal Ministero degli Esteri e dall’Hotel Safari, vanno cercate fuori dal Paese, e comunque Al Shabaab non ha rivendicato quel gesto clamoroso.

A giugno, quando scoppiò la crisi attizzata da Arabia Saudita ed Emirati contro il Qatar, essenzialmente per le relazioni che esso manteneva con l’Iran, e per l’eccessiva autonomia della sua politica, la Somalia decise di non interrompere le relazioni diplomatiche con Doha, malgrado le pressanti sollecitazioni saudite. La principale delle ragioni stava nel sostegno dato dal Qatar alla ricostruzione della Somalia e delle sue istituzioni. Ne seguì un’asfissiante pressione saudita sulle sei autorità federali fatta a suon di mazzette, con la conseguenza di una crisi di Governo nell’ottica di ribaltare la decisione.

Il Presidente somalo, Mohammed Abdullahi Mohammed, dopo aver accettato di partecipare alla coalizione contro lo Yemen nel 2015 e di rompere le relazioni diplomatiche con l’Iran nel 2016, ha ora sostenuto la neutralità della Somalia per evitare d’essere coinvolto nelle lotte che stanno lacerando il Medio Oriente e la stessa Penisola Arabica.

Il fatto è che la nuova dirigenza di Riyadh, leggi Mohammed bin Salman, l’onnipotente erede al trono saudita, non lo ha accettato, e il territorio somalo è divenuto terreno di conquista per Arabia Saudita ed Emirati: ad agosto il Puntland si è legato a Riyadh e Abu Dhabi con un contratto trentennale che ha venduto di fatto il porto di Bosaso alla società emiratina P&O Ports, poco dopo una crisi politica ha colpito la regione di Galmudug e si sta allargando al basso Shabelle.

Di fatto i leader regionali somali hanno ignorato le debolissime autorità di Mogadiscio, facendo la spola con Abu Dhabi e manovrando al Parlamento per esautorare il Presidente, in una scoperta compravendita di consensi tesa ad una crisi di Governo. È questo il clima in cui è maturata la strage di metà ottobre, una mattanza che Al Shabaab non avrebbe avuto i mezzi, né le capacità di compiere, e che vuole essere l’ennesima spallata per sbarazzarsi di un Governo scomodo.

Diverso il discorso per l’attentato del 28 ottobre, un duplice attacco suicida all’Albergo Nasa Hablod e a una vicina caserma, che ha provocato 25 morti soprattutto nell’hotel, con diverse vittime “eccellenti”. Un attacco subito rivendicato da Al Shabaab ed attribuito all’attenzione del Presidente di lanciare una massiccia operazione militare nelle aree rurali delle regioni centrali, come ritorsione della strage di metà ottobre.

Il Governo di Mogadiscio ha risposto al duplice attentato dimissionando il direttore dell’Intelligence e quello della Polizia, dopo che due settimane prima, successivamente alla strage precedente, aveva messo alla porta il Ministro della Difesa e il Capo dell’Intelligence.

Le continue epurazioni che mirano a scaricare la responsabilità della situazione sulle Forze di Sicurezza, stanno demotivando i militari che si sentono “usati” da una politica inetta, che bada solo a vedersi al miglior offerente; fra i dirigenti di Forze Armate e Intelligence è chiaro che il problema della gestione della sicurezza in Somalia non deriva da un’accresciuta capacità di Al Shabaab, quanto essenzialmente da due fattori.

Il primo è la bestiale violenza degli attacchi condotti dall’Aviazione e dai droni Usa nei villaggi somali, attacchi che, in assenza di media interessati a documentarli, hanno raggiunto livelli incredibili; la miriade di “danni collaterali” portano a numerose diserzioni dall’Esercito e a incrementare i simpatizzanti di Al Shabaab. Il secondo è la totale incapacità del Governo di gestire razionalmente le Forze di Sicurezza, evitando vittime inutili e innocenti, che inaspriscono i rapporti con la popolazione. Infine, sono manifesti lo sfacelo e la corruzione che imperano a tutti i livelli, bloccando qualsiasi iniziativa sensata.

La minaccia di Al Shabaab non è affatto aumentata negli ultimi tempi, ma essa non viene fronteggiata, anzi, in molti casi favorita in un quadro di doppi e tripli giochi di tutti contro tutti, che usano strumentalmente i terroristi facendo figurare una loro capacità operativa che hanno perso da molto tempo. Nei fatti, Al Shabaab è il paravento dietro cui si muovono le tante realtà interessate al mantenimento dell’instabilità dell’area.

di Salvo Ardizzone

 

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