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Afghanistan: mano libera a militari ed establishment Usa

Salvo Ardizzone on 8 settembre 2017 - 04:55 in Asia, Primo Piano

A fine agosto Trump aveva annunciato una nuova strategia in Afghanistan riassunta in un discorso tenuto a Fort Myer, peccato che non sia nuova e non sia nemmeno una strategia; è tuttavia rilevante perché archivia in modo definitivo la favola del disimpegno Usa dall’Asia Centrale, tanto in voga ai tempi di Obama.

Nel suo discorso il Presidente non ha indicato chiaramente chi sia il nemico da battere, e nemmeno quale sia il compito delle nuove truppe che si apprestava ad inviare su sollecitazione dei militari; il discorso, in realtà, aveva altri scopi: Trump ha di fatto delegato la conduzione della guerra in Afghanistan al Pentagono; concedendo carta bianca ai generali s’illude di averne l’appoggio su dossier che ha assai più a cuore del remoto pasticcio afghano, che peraltro non ha mai provato neanche a capire.

Come detto, l’idea d’ingraziarsi così i militari è irrealistica perché con il suo avvento il Pentagono aveva già di fatto preso in mano la conduzione delle operazioni, come testimoniato dal raddoppio dei bombardamenti (e delle vittime civili conseguenti) nei primi 7 mesi del 2017 rispetto al 2016. Al più, il suo discorso ha sancito definitivamente l’esistenza di dossier delegati unicamente alle Agenzie Federali (Pentagono, Intelligence e Dipartimento di Stato su tutte).

Ma c’è un secondo scopo: in Afghanistan si concentrano le faglie critiche dell’Eurasia e degli scacchieri più delicati per l’establishment di Washington; basti dire che confina con Iran e Cina, sfiora la sfera d’influenza centrasiatica di Mosca, è terreno di scontro fra India e Pakistan. Mantenere una presenza militare in Afghanistan fa felici gli apparati perché possono sfidare Teheran e fare pressioni su Islamabad; minacciare Mosca e monitorare (e ostacolare) le attività della Cina nell’Asia Centrale, ed infine mantenere alta l’enfasi della “guerra al terrorismo” su cui l’Intelligence Usa lucra in senso letterale e di potere almeno dal 2001.

Per questo Washington invierà altri 3500 uomini nel teatro afghano; Jamed Mattis “Mad Dog”, il generale Segretario della Difesa, ha preso la sua decisione dopo il discorso con cui Trump gli passava le consegne sul dossier. In Afghanistan ci sono già 11mila soldati Usa, 2600 in più di quanto a suo tempo stabilito, i nuovi reparti si affiancheranno a loro con l’unica strategia di continuare un’occupazione che dura da 16 anni.

Dal canto loro i Taliban hanno già fatto sapere che intensificheranno i loro attacchi fino a quando gli Usa non lasceranno il Paese. Ma questo a Washington non importa, anzi, la prosecuzione della guerra serve a giustificare la sua presenza in Afghanistan, con tutto ciò che ne consegue per l’establishment e l’apparato militare-industriale che vi gira attorno.

Per tutte è illuminate la proposta di Erik Prince, un ex Seal fondatore di società di sicurezza private come la Blackwater, ora Academi; Prince, seriamente preso in considerazione e appoggiato da Steve Bannon prima del suo congedo dall’Amministrazione, ha proposto di privatizzare la guerra in Afghanistan offrendosi come proconsole. Non c’è da stupirsi, “business as usual”.

di Salvo Ardizzone

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