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Afghanistan, una guerra alimentata dagli Usa

Salvo Ardizzone on 13 febbraio 2018 - 05:25 in Attualità, Primo Piano

A sedici anni dall’intervento Usa, in Afghanistan la situazione è sempre più disastrosa, con un Governo impotente, il Paese fuori controllo e sempre nuovi attori regionali risucchiati in una crisi senza fine.

Oltre 16 anni di guerra, costati somme immense e sofferenze indicibili per le popolazioni, non hanno risolto minimamente la crisi né ricostruito quello Stato, al contrario.

Attualmente, la debole coalizione al Governo fra Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah si regge a stento, schiacciata fra insorgenza talebana, trafficanti e signori della guerra che controllano le province, e dai maneggi delle potenze che si scontrano in Afghanistan per l’egemonia nel quadrante.

Una situazione totalmente destabilizzata, un vuoto che inevitabilmente attira i vicini; Pakistan, Cina, India, Russia ed Iran vengono coinvolti in un inestricabile gioco di alleanze e contrapposizioni.

Un gioco che diviene sempre più complesso, di pari passo all’indebolirsi del Governo di Kabul, sempre meno rappresentativo e più marionetta dei giochi altrui.

Per spiegare la trama degli interessi che si scontrano in Afghanistan servirebbero libri e tanta voglia d’inseguire un argomento ostico, ma è necessario accennare, sia pure assai sommariamente, agli scopi degli attori principali che si muovono nel Paese dopo (diremmo a causa) l’intervento Usa.

Il Pakistan ha sempre considerato l’Afghanistan il proprio cortile di casa, quella “profondità strategica” da controllare, e soprattutto da sottrarre ai propri avversari, l’India soprattutto. Per farlo ha manovrato l’insorgenza talebana, la Rete Haqqani (un gruppo terroristico che agisce fra Afghanistan e Pakistan) e la Lashkar-i-Toiba (assai più sofisticato, con obiettivi internazionali) servendosi del terrorismo come strumento senza scrupolo alcuno.

L’India ha un ruolo crescente in Afghanistan per contrastare il Pakistan; sfruttando la crisi dello Stato ha offerto assistenza finanziaria (oltre 3 Mld di dollari per la ricostruzione), militare (dal 2011 addestra le Forze Armate afghane) ed infrastrutturale (nell’ambito di un accordo che coinvolge l’Iran, nel 2016 ha investito 550 ml nel porto iraniano di Chabahar, per creare una via commerciale con Kabul e l’Asia Centrale bypassando il Pakistan).

La Cina è l’attore in rapida ascesa; proiettata verso l’Asia Centrale con i progetti delle Nuove Vie della Seta, ha necessità di stabilizzare l’Afghanistan ed evitare che il caos dilaghi nell’area. Pechino ha stretti legami con il Pakistan e gode della massima credibilità, sia per la storica rivalità con l’India, sia per i massicci progetti infrastrutturali che ha in programma. Che poi si tratti d’investimenti ad esclusivo beneficio delle aziende cinesi poco importa per i generali pakistani che dirigono la politica di Islamabad.

La Russia non è estranea al “Grande Gioco” che si sta sviluppando in Afghanistan, ai margini dell’area ex sovietica. Ha tutto l’interesse sia di limitare l’influenza di Pechino in un quadrante ricco di risorse energetiche che considera proprio, sia d’arginare un contagio terroristico nell’Asia Centrale; di qui un incremento della sua presenza (anche militare) nell’area.

L’Iran è interessato a che l’Afghanistan non imploda del tutto, aprendo un buco nero ai suoi confini; di qui il crescente interesse per il Paese e per la popolazione azera, finora perseguitata perché sciita, che nel nuovo clima mediorientale sta trovando una nuova coscienza politica e un’organizzazione.

Al centro di questo groviglio d’interessi da 16 anni si sono posti gli Stati Uniti; in tutto questo tempo hanno adottato un approccio essenzialmente militare, perché il loro scopo essenziale è bloccare gli interessi degli altri Paesi perpetuando uno stato di guerra non ottenere un dividendo politico, per gli Usa ormai fuori portata soprattutto in quel quadrante.

In teoria gli Usa sarebbero alleati del Pakistan, a cui hanno versato almeno 33 Mld in aiuti militari (e non solo) negli ultimi 15 anni, ma abbiamo detto in teoria, perché le agende di Washington e Islamabad divergono radicalmente.

Il divaricarsi delle posizioni, oltre a inasprire la situazione (la recente ondata di attentati con centinaia di vittime è collegata alle pressioni degli Usa sul Pakistan; un messaggio di Islamabad per dimostrare allo Zio Sam la sua influenza sull’Afghanistan) sta spostando il Pakistan verso la Cina e la Russia in una coincidenza d’interessi sia economici che politici.

Ormai sono tutte le potenze a vario titolo coinvolte in Afghanistan a mostrare una crescente insofferenza per la presenza Usa, sempre più ingombrante e sempre più indirizzata a mantenere uno stato di guerra nella regione a prescindere.

La stessa decisione d’inviare altri 4mila uomini in aggiunta agli 11mila già presenti, non è finalizzata ad un’impossibile vittoria mancata quando gli uomini erano oltre 100mila, ma a mantenere nel Paese un robusto apparato militare, idoneo ad influenzare il Governo di Kabul e a rendere impossibile un accordo di pace che stabilizzi l’Afghanistan.

Al momento, l’insorgenza talebana opera sul 70% del territorio, il resto è in mano a signori della guerra e trafficanti d’oppio mai così floridi; l’Isis, che spunta sempre al seguito della destabilizzazione targata Usa, cerca di prendere piede in diversi distretti, vendendosi ai Servizi pakistani e all’Intelligence Usa.

In questo orrendo pasticcio, solo il ritiro degli Stati Uniti potrà permettere agli altri attori regionali di trovare un’intesa politica che dia pace al Paese. Un’intesa che, tolta dal campo l’aggressione Usa, potrà essere costruita sulla base di un compromesso sui reciproci interessi.

Esattamente quello che Pentagono, lobby militare-industriale ed Agenzie federali non intendono permettere, per perseguire i propri interessi immediati.

di Salvo Ardizzone

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