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Acqua, l’oro blu del Medio Oriente

Redazione on 14 gennaio 2019 - 04:13 in Medio Oriente, Primo Piano

In Medio Oriente le guerre ci sono per tanti e troppi motivi: religiosi, politici, economici, energetici, ma su un motivo di conflitto si sorvola troppo: quest’ultimo è rappresentato dall’acqua. Sì, dopo “l’oro nero” s’impone sulla scena “l’oro blu”, in un mondo che via via sembra scivolare verso un clima sempre più caldo e caratterizzato da fenomeni non miti. L’acqua oggi rappresenta sia un’arma che una risorsa; questa è la doppia faccia della stessa medaglia. E in Iraq ormai ciò è chiaro da tempo. Se nell’antichità uno Stato si chiamava “la terra in mezzo ai fiumi” ossia Mesopotamia, un motivo c’era, c’è, ma non si sa se ci sarà ancora.

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Militari italiani a difesa della diga di Mosul

I confini dell’Iraq corrispondono per gran parte ancora a quelli del passato e come la storia ci ha insegnato, il Tigri e l’Eufrate sono stati fonti di crescita e benessere, donando una terra fertile e rigogliosa pur trattandosi di una delle aree più calde del pianeta. Ma le condizioni possono cambiare velocemente, specie in Medio Oriente.

Sul territorio sono presenti tre dighe molto importanti il cui scopo è, o dovrebbe essere, assicurare il giusto apporto energetico e idrico alla popolazione: la diga di Mosul situata sul fiume Tigri, attualmente la più grande della nazione con una potenza di 750 MW, la diga di Haditha situata sul fiume Eufrate con una potenza di 660 MW e in sospeso c’è la costruzione della diga di Bekhme sul fiume Grande Zab con la sua futura eventuale portata di 1500 MW. In uno Stato dove di giorno la temperatura estiva raggiunge i 53 gradi e la notte non scende sotto i 40, acqua ed elettricità sono vitali. Senza questi due elementi si destabilizza un Paese.

L’Eufrate con i suoi 2760 km di corso è il fiume più lungo dell’Asia Occidentale e insieme al Tigri, delimita la regione che è stata la culla di antiche civiltà come quella degli Assiri e dei Babilonesi. Ma la tortuosità di un corso di un fiume può rendere bene i serpeggiamenti geo-politici del Medio Oriente.

L’Eufrate nasce in Turchia e qui, grazie alla sua grande portata, il suo bacino è sfruttato per la centrale idroelettrica di Buyukcay. Il fiume attraversa poi la Siria dove forma il lago artificiale Assad. Infine arriva in Iraq dove forma la pianura mesopotamica. Questo ricco corso d’acqua riveste chiaramente un ruolo di primaria importanza per le regioni che attraversa, è oro, oro blu, perché fertilizza e fornisce acqua per le irrigazioni.

Il Tigri come il precedente, è di origine turca, è meno esteso del primo ma ha una portata quasi doppia. Scorre per 400 Km prima di andare a costituire il confine con la Siria e questi 44 km segnano l’unico tratto in cui questo corso d’acqua bagna il paese di Bashar Al-Assad. I restanti 1418 km del fiume sono interamente in territorio iracheno e correndo verso il sud raggiunge la pianura alluvionale della Mesopotamia bagnando città importanti come Mosul e Baghdad. L’evento straordinario accade a Bassora dove l’Eufrate e il Tigri si uniscono in un unico corso e cambiano nome in Shatt al-‘Arab. Infine sfociano nel Golfo Persico.

Senza dubbio entrambi i fiumi subiscono forti variazioni in base alle stagioni (tra inondazioni e siccità), ma ci vuole immaginazione per capire come ad esempio Bassora possa avere enormi problemi di energia elettrica e disoccupazione pur essendo la più importante regione petrolifera del Paese e pur godendo della fortuna dell’incontro dei due maestosi corsi d’acqua che in passato donarono tanto benessere.

Tra luglio, agosto e settembre 2018 si sono scatenate violente proteste nella Regione a causa non solo della crisi idrica più vasta degli ultimi anni ma anche per l’arretratezza dei servizi pubblici, per la disoccupazione, per la corruzione endemica e per la mancanza di energia elettrica; come sopra già descritto, le temperature qui nel Sud arrivano a 53 gradi per cui l’aria condizionata e i ventilatori diventano essenziali.

Si tenga presente che la Regione di Bassora detiene il 90% circa delle risorse di idrocarburi del Paese (petrolio e gas), i pozzi della zona esportano da soli tre milioni di barili di petrolio al giorno (superando tutte le esportazioni iraniane verso il Golfo Persico) ma soltanto l’1% della forza lavoro impiegata nel settore e derivati proviene dalla zona perché le compagnie internazionali petrolifere che sfruttano i pozzi prediligono manodopera straniera.

Eppure il governo iracheno per far fronte alla crisi si è trovato a dover richiedere a Damasco e ad Ankara il rilascio di parte delle loro riserve di acqua. In ballo ci sono i progetti turchi nel comparto energetico e la costruzione di varie dighe; la Siria invece è politicamente molto vicina agli interessi dell’Iran e all’asse sciita con il Libano e di seguito l’influenza di questo fattore sarà più chiaro. Comunque, le riserve d’acqua e di energia in un Paese ricco come l’Iraq dovrebbero essere la normalità; ciò non avviene anche per inefficienza politica. Che l’Iraq debba importare “oro blu” da altre nazioni è un paradosso incomprensibile.

Il 4 Ottobre, l’Agenzia “Nova” riportava che l’ambasciatore dell’Unione Europea in Iraq, Ramon Blecua, durante una visita ufficiale a Bassora, ha accusato malori dovuti all’acqua inquinata. In questo governatorato la contaminazione delle falde acquifere è pari al 100 per cento rendendo di fatto non potabile l’acqua. Nel mese precedente 27mila persone circa erano state ricoverate per disturbi causati da alterazione idrica.

Guerre e bombardamenti, mancanza d’investimenti, l’Isis, varie strategie esterne della tensione, progetti e interessi dei Paesi occidentali e dei loro alleati del Golfo hanno reso l’Iraq un Paese davvero molto complicato. La tortuosità politica dell’Iraq è anche segnata dalle scelte economiche: se l’Iran all’inizio di luglio aveva interrotto l’erogazione della corrente elettrica dopo 10 anni di vendita per i mancati crediti dovuti, il primo ministro Al-Abadi, che cerca di mantenere una posizione equidistante sia dagli americani che dagli iraniani, incaricò il ministro delle Risorse energetiche Quasim Al-Fahdawi di recarsi in Arabia Saudita per firmare con Riyadh un accordo per l’acquisto di corrente elettrica.

Possibile che un Paese pieno di potenziali risorse come questo debba acquistare energia altrove? Eppure in un pozzo da cui tutti sembra vogliano attingere, la povertà dei molti reclama una via d’uscita qualsiasi.

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Esercito italiano vigila sulla diga di Mosul

Le guerre spartiscono e spremono finché c’è succo

In tutto ciò il vicino Iran a sua volta ha aperto un altro fronte sempre questa estate lanciando una particolare e poco discussa insinuazione a Israele: lo Stato Ebraico è stato accusato di bloccare le piogge sulla Repubblica Islamica. Il generale di brigata, Gholam Reza Jalali, ha dichiarato che il cambiamento climatico sulla zona era sospetto, ipotizzando un’interferenza straniera nel “blocco” dell’acqua piovana. Ciò conferma come “l’oro blu” sia prezioso per la vita o al posto della guerra, per indebolire e destabilizzare.

Iran, Arabia Saudita, Turchia, Siria e Israele: gli interessi si difendono per procura con politiche di egemonia e anche gli Usa non ne hanno pochi di affari in Iraq, aggiungendo a ciò, la riapertura delle sanzioni all’Iran.

Task Force Praesidium a difesa della diga di Mosul

La Task Force Praesidium, inquadrata nell’Operazione “Prima Parthica”, è schierata presso la Diga di Mosul dal 2016 dove non solo protegge l’infrastruttura, assediata fino a poco tempo fa dall’Isis, ma anche la ditta “Trevi” aggiudicatasi l’appalto dei lavori di consolidamento e di manutenzione dell’opera stessa. A Mosul recentemente l’82° reggimento fanteria “Torino” di Barletta ha ricevuto il cambio dal 187° reggimento paracadutisti “Folgore” di Livorno alla presenza dell’ambasciatore d’Italia nel Paese asiatico, Bruno Antonio Pasquino.

Eppure la Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, in occasione della sua ultima visita in Iraq, ha dichiarato di voler alleggerire e riconfigurare l’impegno del nostro Paese in quest’area, prospettando una chiusura totale della task force nella piana di Ninive entro Marzo del 2019.

Ma una domanda balza alla mente: a fronte della ribollente situazione nella zona, non sarebbe più opportuno intanto valutare la chiusura della forza italiana in Kosovo? Giusto per citarne una.

di Ilaria Parpaglioni

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