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A vent’anni dalla strage di Hebron tra ingiustizie ed omertà

Redazione on 27 febbraio 2014 - 07:19 in Palestina, Primo Piano

di Manuela Comito

Sono passati vent’anni da quel 25 febbraio del 1994 quando, nella Moschea Ibrahimi a Hebron, si è consumato uno dei più efferati massacri della storia recente. La Moschea era piena di fedeli per la preghiera del tramonto; all’improvviso, fece irruzione Baruch Goldstein, colono di Kiryat Arba. Goldstein era un fervente seguace della setta ultrarazzista del rabbino Meir Kahane, che sosteneva l’espulsione forzata di tutti i palestinesi dalla biblica “Grande Israele”. Non venne scelto un giorno a caso per il massacro. Il 25 febbraio era infatti il giorno in cui cadeva la festa del Purim (che commemora la liberazione del popolo ebraico nell’antico Impero Persiano, come riportato nel libro di Ester).

Affiancato da altri due fanatici armati cominciò a sparare all’impazzata sui fedeli inermi ed esterrefatti. Nei pressi della moschea, i militari dell’esercito israeliano non solo non intervennero, ma si godettero il “concerto” di urla e spari e, addirittura, tentarono di ritardare i soccorsi, impedendo l’accesso delle ambulanze. I tappeti su cui i fedeli stavano pregando furono impregnati del sangue di 29 vittime innocenti e di più di 125 feriti gravi.

Goldstein non uscì vivo dal luogo del massacro: fu picchiato e ucciso dai superstiti e, in seguito, non si farà cenno alla presenza dei due complici. Una commissione d’inchiesta, ovviamente israeliana, chiarerà dopo pochi mesi dal massacro che Goldstein agì da solo. La sua tomba diverrà meta di pellegrinaggio da parte di coloni fanatici appartenenti alla sua setta. Nei giorni successivi alla strage, esplosero le proteste dei civili palestinesi, tutte sedate nel sangue dall’esercito israeliano che uccise 25 persone, mentre il governo israeliano condannò, almeno formalmente, il massacro e prese le distanze dalla setta a cui Goldstein apparteneva.

Eppure, ai suoi funerali, il rabbino Yaacov Perrin dichiarò che anche un milione di arabi “non vale un’unghia di un ebreo”. E nonostante sia stato smantellato una sorta di santuario eretto dai coloni sulla tomba di Goldstein, ancora rimane il suo epitaffio che lo ricorda come un “ martire con le mani pulite e il cuore puro”. Come diretta conseguenza dell’accaduto, ai residenti palestinesi venne vietato l’accesso ad alcune zone di Hebron, mentre i coloni continuarono a spostarsi liberamente, senza alcuna restrizione.

Inoltre venne chiusa Shuhada Street, cuore pulsante della vita economica e sociale di Hebron. Qui vivevano molte famiglie palestinesi, che furono costrette a lasciare le loro abitazioni e tutte le piccole e grandi attività commerciali lungo la strada. Sei anni dopo il massacro, con l’inizio della Seconda Intifada, Shuhada Street fu dichiarata “zona militare chiusa” e oggi è ormai deserta e abbandonata. Ogni anno, dal 2009, sono indette manifestazioni in tutta la Palestina e anche a livello internazionale, affinché Shuhada Street venga riaperta e ritorni ad essere il cuore pulsante di Hebron.

Due importanti testimonianze raccolte da Ma’an, rievocano i momenti del massacro. La prima è di Abu al-Halawa, 53 anni, che vive a soli 400 metri dalla tomba di Goldstein nella colonia di Kiryat Abra, adiacente alla città vecchia di Hebron. Le sue parole sono uno squarcio nel passato: “Ricordo ogni momento di quel massacro. Le ferite riportate mi hanno reso disabile per tutta la vita e convivo quotidianamente con il dolore. Mi fa male vedere i coloni che ballano accanto alla tomba del criminale che ha segnato la mia vita”. La seconda testimonianza è di Adel Idris, che era Imam della moschea nel giorno del massacro. Idris racconta: “Non dimenticherò mai quello che è successo. Ogni volta che entro nel santuario per pregare ho dei flashback della scena: l’irruzione dei criminali, gli spari e le urla dei fedeli. E’ stato un momento di terrore indescrivibile”.

Circa 500 coloni israeliani vivono nella Città Vecchia di Hebron (in arabo al-Khalil), molti dei quali hanno illegalmente occupato le case dei palestinesi, allontanati con la forza. Essi sono protetti dall’esercito israeliano e spesso aggrediscono i palestinesi che ancora risiedono lì. I palestinesi sono 170 mila. Hebron è l’unico centro della Cisgiordania in cui gli insediamenti israeliani si trovano proprio nel centro storico.

Livia Parisi, attivista e giornalista, descrive così la situazione della città: “…le provocazioni sono quotidiane. Le finestre delle case palestinesi sono chiuse da grate, per fermare i sassi e gli oggetti che vengono lanciati contro di loro. Decine di checkpoint e centinaia di telecamere sono sparse ovunque, la presenza dei militari israeliani è massiccia. Le strade sono divise, scuole diverse, negozi diversi. Sulla via principale che taglia in due Al Khalil, la Suhada street, i palestinesi non possono camminare né circolare con i loro veicoli. Chiusi i negozi, saldate le saracinesche: cosi muore una delle città più belle e più antiche del Medioriente, con i suoi palazzi secenteschi, le facciate in pietra finemente lavorate…. Per gli arabi Hebron si chiama Al Khalil, per Israele, Hebron. Ma il nome che più le si addice è Ghost Town, la città fantasma”.

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