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Yemen, Martirio e Resistenza di un popolo

Redazione il 11 settembre 2015 - 08:33 in Asia, Primo Piano

Sana'a sotto i bombardamenti sauditi

Sana’a sotto i bombardamenti sauditi

di Salvo Ardizzone

Con l’Operazione Golden Arrow, l’aggressione saudita allo Yemen è entrata in una nuova fase: l’invasione del piccolo Stato da parte degli eserciti di Riyadh e delle altre monarchie del Golfo.

Il 26 marzo scorso, la casa regnante saudita lanciò Decisive Storm, una campagna d’attacchi aerei indiscriminati, con l’intento di piegare lo Yemen e rimettere al potere il fuggitivo presidente Mansour Hadi, un fantoccio attraverso cui mantenere l’assoggettamento del Paese.

L’ondata di attacchi condotta da una coalizione di Paesi del Golfo guidata dai sauditi, malgrado le terribili distruzioni e le immani sofferenze inflitte alla popolazione civile, non ha sortito effetti, anzi, ha rinsaldato la popolazione attorno alla Resistenza Houthi e all’Esercito nazionale, che si oppongono all’aggressione ed alle bande di mercenari e terroristi che appoggiano Hadi.

Nel silenzio dei media e della diplomazia internazionale, da allora è continuato impunemente il massacro del popolo yemenita colpevole di non volersi piegare; macello ancora più brutale sotto il nuovo nome beffardo assunto dalla missione, Restoring Hope, ma senza riuscire a vincere la resistenza del Movimento Ansarullah e dei Comitati Popolari.

A quel punto, vedendo fallire i suoi programmi, Riyadh è stata costretta ad imbarcarsi in un intervento di terra, trascinando con sé i suoi alleati: dopo diversi preliminari, il 14 luglio è iniziata ufficialmente l’Operazione Golden Arrow, l’invasione dello Yemen.

Sotto un continuo martellamento degli aerei e delle navi della coalizione, sempre nuovi materiali e mercenari, appoggiati dalle Special Forces emiratine, sono stati sbarcati ad Aden per tentare di riprenderne il controllo. Alla fine, è stato necessario l’intervento della 6^ Brigata Aerotrasportata saudita all’aeroporto e uno sbarco di massa di truppe meccanizzate degli Emirati. Contemporaneamente, attraverso il valico di al-Wadiah, i sauditi hanno fatto affluire altri mercenari, truppe proprie e mezzi pesanti, dirigendosi verso Ma’rib, dove puntavano anche i reparti che salivano da Aden.

Per tutto agosto è stato un continuo susseguirsi di scontri ed imboscate tese da Ansarullah ed Esercito, che hanno fatto pagare agli invasori un prezzo assai alto: mezzi blindati Bradley, carri pesanti Amx-30 e addirittura M1A2 Abrams sono stati distrutti in gran numero insieme alle colonne di autocarri, mentre lungo tutto il confine le forze yemenite hanno attaccato ed occupato basi saudite, infliggendo altre perdite e impadronendosi di grandi quantità di materiali.

Da ultimo, un attacco missilistico (condotto probabilmente con SS-21 Scarab) contro una base avanzata della coalizione nei pressi di Ma’rib ha avuto risultati disastrosi: malgrado la reticenza dei comandi ad ammettere la batosta e la volontà di nasconderne gli effetti, sia da fonti della coalizione che locali è trapelato che ci sono state centinaia di vittime fra militari di Abu Dhabi, sauditi e del Bahrain, oltre ad una quarantina di mezzi ed almeno 4 elicotteri d’attacco Ah-64d Apache distrutti.

Riyadh ha reagito da un canto intensificando gli attacchi terroristici, colpendo obiettivi civili come ospedali, orfanotrofi, abitazioni, in un crescendo sanguinoso che, secondo fonti internazionali ha già mietuto oltre 4.500 vittime e provocato decine di migliaia di feriti; dall’altro ha aperto un terzo fronte tentando di entrare nello Yemen da Nord con colonne meccanizzate. Inoltre, al-Jazeera ha annunciato lunedì che, attraverso il valico di al-Wadiah, una colonna di circa duecento veicoli blindati del Qatar appoggiata da decine di elicotteri Ah-64d Apache è entrata nel Paese; il giorno successivo, la Reuters ha riferito che un contingente meccanizzato egiziano di circa 800 militari è giunto in Yemen, portando così a cinque gli eserciti regolari coinvolti nell’invasione, e facendo salire a 11mila i militari impegnati sul campo (stando alle stime di al-Jazeera e della Reuters), oltre alle bande di terroristi e i contingenti di mercenari pagati dai sauditi.

Secondo gli osservatori stranieri e le fonti sul terreno, tuttavia, le colonne corazzate, impiegate in un territorio aspro e ostile, prive di esperienza in simili operazioni complesse, malgrado la continua copertura aerea e la presenza di numerosi consiglieri militari Usa (fra cui sono già stati segnalati caduti) stanno incontrando una resistenza sempre più forte e perdite crescenti, che aumentano a mano a mano che gli invasori si addentrano in territorio yemenita.

Dinanzi all’aggressione bestiale condotta contro la popolazione, il generale Sharaf Luqman, portavoce dell’Esercito yemenita, sabato scorso ha dichiarato che, per rappresaglia, le città saudite di Gedda, Abha e la stessa capitale Riyadh si trasformeranno in legittimi obiettivi di guerra, registrando una prossima escalation del conflitto.

Riyadh e i suoi alleati si trovano impegnati in una partita sempre più difficile, da cui non sanno come districarsi; per uscirne stanno giocando al rialzo, pagando un prezzo via via più alto. Le basi vicine ai confini sono state attaccate: parte distrutte, parte occupate dalle forze yemenite; all’interno del territorio saudita sta nascendo una Resistenza fra popolazioni da sempre emarginate; le colonne degli invasori vengono sistematicamente attaccate con perdite crescenti; la stessa aviazione, che pensava di agire indisturbata, sta subendo perdite, colpita da una contraerea sempre più efficiente. Adesso, per rappresaglia, anche le città saudite saranno bersaglio dei missili yemeniti.

Un’ignobile aggressione, che Riyadh pensava di risolvere in poche settimane infliggendo una sanguinosa “lezione” a un Paese che aveva osato ribellarsi al suo strapotere, si sta tramutando in una partita per la sopravvivenza di quei regimi corrotti.

Un Popolo, nella quasi totale indifferenza del resto del mondo, sta pagando un prezzo altissimo per la propria libertà: a parte i tanti morti, feriti, mutilati e le infinite distruzioni, secondo Stephen O’Brien, sotto segretario dell’Onu, 4 yemeniti su 5 hanno bisogno di assistenza umanitaria ed almeno 1,5 milioni sono sfollati interni. Anche di questi crimini le Monarchie del Golfo saranno chiamate a rispondere fra breve.

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