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Dopo 6 anni di massacri è tregua in Siria

Salvo Ardizzone il 31 dicembre 2016 - 05:30 in Medio Oriente, Primo Piano

Da giovedì è tregua in Siria, ancora incerta ma assai più forte di quelle che l’hanno preceduta. Sono gli due aspetti che fanno questa tregua in Siria diversa dalle altre: il contesto completamente mutato e il fatto che a promuoverla siano tutti coloro che contano sul campo (e stanno vincendo): a parte Damasco, c’è Teheran, Mosca ed Ankara stretta fra le altre.

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Tre sono gli elementi che hanno determinato un radicale ribaltamento della situazione: le vittorie dell’Asse della Resistenza e di Mosca, culminate con la liberazione di Damasco; il ridimensionamento delle aspirazioni della Turchia che, vistasi in un vicolo cieco, ha trovato più conveniente passare dalla parte della Russia; il totale fallimento sul campo dei “ribelli” siriani che, privati del pieno appoggio turco, sono costretti a scegliere se rimanere al fianco dell’Isis e Al-Nusra (ed essere distrutti) o trattare.

Questa tregua in Siria è frutto della mediazione russa, che ha saputo coinvolgere gli attori veri sfruttando le convergenze di interessi: l’Asse della Resistenza è interessato a spezzare e indebolire il fronte dei takfiri, separando i terroristi irriducibili del Daesh e di Al-Nusra dai mercenari “ribelli” che hanno insanguinato la Siria e che ora vedono crollare il loro “business”. Accettando di trattare anche con formazioni come Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam, il Governo di Damasco non sta cedendo, ma frantuma il fronte dei suoi nemici (sta già accadendo con furiosi scontri) fra chi vuol continuare a oltranza condannandosi alla distruzione e chi vuole ormai solo salvarsi.

Mosca ricava dalla tregua in Siria il riconoscimento di grande potenza, ponendosi al centro dello scenario internazionale e sancendo il tramonto ufficiale dell’influenza Usa in Medio Oriente. Un peso politico enorme da far valere sui dossier che più le stanno a cuore.

Se la tregua in Siria terrà, e ci sono tutti i presupposti perché avvenga, fra un mese ad Astana, in Kazakistan, Russia, Iran e Turchia, come detto le potenze che hanno “scarponi” che contano sul campo, troveranno una soluzione ad una crisi nata da un’aggressione che intendeva smembrare quel Paese. Non sarà pace, non subito, perché molti terroristi rimangono sul territorio, ma un passo enorme sarà stato fatto.

Tre sono le ulteriori considerazioni che ne vengono: la sconfitta rovinosa di Obama è il fatto più eclatante; con la sua politica di sostegno alla destabilizzazione dell’area, sperando di poter determinare dall’esterno i destini di quei Paesi, ha di fatto determinato l’espulsione degli Usa dal Medio Oriente; un’espulsione a cui il neopresidente Trump non pare interessato a reagire. Anzi.

Altro aspetto è che le condizioni della tregua in Siria ridimensionano il ruolo dei curdi che, per volontà di Erdogan, ed acquiescenza di Damasco irritata dal loro comportamento, ne saranno esclusi. Dopo aver flirtato con gli Usa (sul territorio da loro controllato in Siria, ospitano fra l’altro due basi americane), contando sul loro appoggio, hanno pensato di sfruttare la situazione per ritagliarsi uno Stato proprio anche a danno delle altre popolazioni, vendendosi al miglior offerente. Pagano così le loro ambiguità ed ancor più l’irresponsabile avidità dei loro capi.

La tregua in Siria lascia tuttavia fuori le principali strutture terroristiche ed eversive; con loro l’Asse della Resistenza e i suoi alleati chiuderà i conti in una situazione radicalmente diversa. Chi rimarrà potrà essere affrontato senza alcun falso alibi dell’ipocrita comunità internazionale (vedi invenzioni come i Caschi Bianchi o il sedicente “Osservatorio siriano per i diritti umani”), perché si è auto qualificato terrorista e nessun aiuto del Golfo potrà servire.

di Salvo Ardizzone

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