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Theresa May, al voto anticipato per affrontare la Brexit

Salvo Ardizzone il 20 aprile 2017 - 04:33 in Europa, Primo Piano

Theresa May ha convocato le elezioni anticipate per l’8 giugno; il Parlamento ha autorizzato lo spostamento della data dalla scadenza naturale del 2020 con la prevista maggioranza dei due terzi. Nella decisione del voto anticipato, esclusa fino a qualche giorno prima, hanno inciso in maniera determinante sia le prospettive di una vittoria schiacciante, che le difficoltà di una trattativa sulla Brexit che si annuncia assai dura.

Theresa May va al voto anticipato per affrontare la Brexit

Theresa May si trova al momento con una maggioranza risicata di 17 parlamentari, ed è stretta fra l’ala dura dei Conservatori, che reclamano una rottura netta con l’Europa, costi quel che costi, e l’opposizione aspra annunciata dai Nazionalisti scozzesi, a cui s’aggiunge il voto negativo dei Laburisti e la guerriglia parlamentare dei Liberal-Democratici. In queste condizioni, per la Premier sarebbe impossibile condurre i due anni di aspre trattative con Bruxelles.

Dando credito agli ultimi sondaggi, che danno i Conservatori di 20 punti avanti ai Laburisti, Theresa May punta ad una vittoria politica che le consegni una maggioranza ampia, tale da metterla al sicuro da ricatti, imboscate parlamentari e dalla fonda della Camera dei Lord.

Il Popolo britannico non si è ancora misurato con le difficoltà (grandi e certe) che si stanno delineando sulla strada della Brexit, e che entro fine anno emergeranno via via che la trattativa con Bruxelles entrerà nel vivo. Per Theresa May, aspettare la fine naturale della legislatura potrebbe essere un calvario che finirebbe per paralizzarla; le urne a giugno rappresentano per lei una finestra di opportunità assai difficile da trovare più avanti.

D’altro canto, i Laburisti sono ancora spaccati fra i fedeli di Jeremy Corbyn, che vogliono un ritorno alle radici antiche del Labour, e i nostalgici della svolta blairiana, che non si rassegnano ad un partito che ha voltato le spalle alla City; ancora in mezzo al guado, sono nelle condizioni peggiori per affrontare le urne. Anche i LibDem di Tim Farron, adesso in condizione di ostacolare il Governo, verrebbero consegnati all’irrilevanza da una solida maggioranza dei Conservatori.

Nei fatti, come diversi commentatori hanno commentato facendo salire la Sterlina ai massimi dal febbraio scorso, un simile scenario darebbe a Theresa May mano libera nelle trattative con Bruxelles, se necessario virando verso una Brexit “morbida” (ovvero più realistica) che semplificherebbe le trattive.

Di fatto, il Regno Unito s’avvia a dividersi fra due Nazioni entrambe governate in pratica da un partito unico: l’Inghilterra controllata dai Conservatori e la Scozia dai Nazionalisti, con l’aggiunta di un Nord Irlanda che minaccia di denunciare gli Accordi del Venerdì Santo e di promuovere anch’esso un referendum che l’unirebbe all’Irlanda.

Da quanto sta emergendo, ciò che Theresa May rischia non è di passare alla Storia come il Primo Ministro che ha portato il Regno Unito fuori dalla Ue, quanto quello che se lo è visto frantumare fra le mani. Un rischio che da semplice ipotesi per pochi esperti, sta divenendo sempre più concreto.

di Salvo Ardizzone

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