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Incontro tra Serraj e Haftar: è svolta in Libia

Salvo Ardizzone il 4 maggio 2017 - 04:39 in Africa, Primo Piano

Martedì Serraj e Haftar si sono finalmente incontrati ad Abu Dhabi; al termine dei colloqui riservati durati circa tre ore non è stato diramato alcun comunicato, ma dalle indiscrezioni trapelate sembra sia stata raggiunta un’intesa che prevede fra l’altro lo stravolgimento dell’attuale Consiglio Presidenziale, ridotto a tre soli componenti (il Presidente, il leader del Parlamento di Tobruk e il comandante delle Forze Armate Libiche, ovvero Haftar), con l’eliminazione delle figure posticce emerse con gli Accordi di Skhirat, conclusi sotto l’egida dell’Onu nel dicembre del 2015 in Marocco.

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Inoltre, il Presidente sarebbe spogliato dagli ampi poteri sulle Forze Armate (a suo tempo concessi proprio per scoraggiare Haftar), le milizie dovrebbero essere sciolte e alcune classificate come terroristiche e, infine, dovrebbe saltare l’intesa sui migranti sottoscritta da Serraj con l’Italia e la Ue. La settimana prossima, Serraj e Haftar dovrebbero incontrarsi nuovamente al Cairo con la mediazione di Al-Sisi, per definire l’accordo e fissare le prossime elezioni da tenersi entro il marzo del 2018.

Fin qui le notizie, per quanto scarne, di un incontro che sancisce il crollo della posticcia impalcatura costruita in Libia da Onu e comunità internazionale, e il completo naufragio della politica italiana in quel Paese. Nei fatti, Serraj e Haftar già a febbraio in Egitto hanno gettato le basi dell’unica intesa possibile per uscire dal sanguinoso pantano libico. Piaccia o no, i due sono gli unici due punti fermi esistenti dopo anni di guerra che hanno totalmente distrutto quanto rimaneva (assai poco invero) dello Stato libico dopo la rivolta del 2011.

Al Serraj non rappresenta niente e nessuno, ed in Tripolitania è in balia di bande e milizie varie che, sotto una vernice sempre più integralista, nella realtà usano le armi per sfruttare il territorio che controllano e proteggere i propri traffici criminali, tuttavia è pur sempre il Presidente di quel Consiglio Presidenziale partorito dall’Onu che gli conferisce una patina formale di legittimità; una legittimazione, per quanto ipocrita, impossibile da conferire ad altri nella situazione attuale.

Khalifa Haftar è invece l’uomo forte della Cirenaica, che tiene sotto tutela il Parlamento di Tobruk; è vero che non è ancora riuscito a sradicare del tutto le sacche di fondamentalisti e qaedisti a Derna e Bengasi, ma la sua milizia, autodefinitasi Esercito Libico, dopo alterne vicende ha preso il controllo dei terminal petroliferi sul Golfo della Sirte ed è rifornita da Egitto ed Emirati, i suoi sponsor principali, a cui si è recentemente aggiunta la Russia, con tanto di visita ufficiale a bordo della portaerei Kuznetsov nel gennaio scorso e successivamente al Cremlino.

Forte di questi appoggi, Haftar ha rifiutato di riconoscere Serraj e il suo Consiglio Presidenziale, riservando per sé il ruolo di uomo forte della Libia; una convinzione che lo ha spinto in un primo momento ha rifiutare d’incontrare Serraj, malgrado le pressioni di Al Sisi. Ma Serraj e Haftar sono entrambe pedine essenziali per chi manovra i futuri assetti della Libia, l’uno perché presentabile sulla scena internazionale, l’altro perché una certa forza ce l’ha (finché i suoi sponsor lo foraggiano largamente).

Di qui il bagno di realismo della comunità internazionale, che ha preso atto dell’ennesimo fallimento dell’Onu e della Ue, i sostenitori degli improbabili accordi di Skhirat (a dire il vero, insieme a Obama che non c’è più), e si sta muovendo rapidamente secondo un nuovo schema: gli Usa si sganciano dalla Libia (volontà ribadita rudemente da Trump a Gentiloni che gli chiedeva aiuto) e danno il via libera ad un accordo fra Serraj ed Haftar; la Russia, che mantiene rapporti sia con Tripoli che con Tobruk e con tutte le potenze che stanno dietro alle due parti, fa da arbitro e riceve Serraj per legittimarlo.

Restava da convincere Haftar: a questo hanno pensato le minacce degli Emirati di chiudere i cordoni della borsa, la sospensione degli aiuti militari da parte dell’Egitto e il ruolo di capo delle Forze Armate in un Consiglio Presidenziale ristretto, in cui è affiancato da un rappresentante di Tobruk che già controlla. In questo modo, Serraj e Haftar svolgeranno il ruolo che chi vuole gestire le risorse della Libia assegnerà loro.

Tutto risolto allora? Affatto: resta, ed enorme, il problema delle milizie che sono padrone del Paese, soprattutto in Tripolitania; alcune, come quelle di Misurata che hanno acquisito il merito di aver eliminato l’Isis da Sirte, con tutta probabilità verranno integrate negli Accordi, con le altre, la maggior parte di quelle integraliste e ovviamente tutte quelle qaediste, sarà guerra. Ma senza gli appoggi di Turchia e Qatar, tacitate dalla mediazione russa, alla lunga non dovrebbero avere speranze.

Sia come sia, l’instabilità e gli scontri non finiranno di certo, ma si sopiranno in attesa delle elezioni del 2018 che potrebbero riservare sorprese con l’esclusione di Serraj e Haftar, ormai bruciati entrambi. In breve, i due più che a governare nel futuro, sembrano destinati a congelare la situazione in attesa che i nuovi equilibri che stanno sorgendo nel Mediterraneo (crescente affermazione della Russia in primis), gli facciano cedere il passo a una nuova figura.

E l’Italia? C’è ben poco di buono per lei: a parte la denuncia degli accordi siglati da Serraj a Roma (erano in ogni caso carta straccia), secondo stime concordi in Libia ci sono fino a 800mila disperati pronti a prender posto sui barconi; e dietro ne vengono sempre di più. A parte questo, l’accordo fra Serraj e Haftar obbedisce a logiche lontane da Roma (come sempre), che ha scommesso per l’ennesima volta sulla soluzione perdente, con buona pace degli enormi interessi del Sistema Italia.

di Salvo Ardizzone

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