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Scuola italiana, i tanti perché di un fallimento

Salvo Ardizzone il 7 aprile 2017 - 04:26 in Cronaca, Primo Piano

Nei giorni scorsi la scuola italiana ha ricevuto un inaspettato attestato di stima; i media hanno salutato i dati dell’Ocse che hanno raccontato di una scuola inclusiva, dove si abbattono le disuguaglianze e luogo d’eccellente formazione. Tra gli osanna non poteva mancare quello della ministra Fedeli che, come tutti i politicanti di razza, s’è appuntata la medaglia al petto.

scuola italiana i tanti perché di un fallimentoMa qual’è la realtà della scuola italiana? Quale il vero storytelling che è stato omesso dai dati, freddi numeri distanti dai fatti? Dal racconto si è omesso di citare parte della ricerca effettuata dal Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies); dal report emerge che gli studenti che fino a 15 anni avevano dimostrato buoni risultati pur provenendo da famiglie disagiate, 12 anni dopo sono finiti nel gorgo dell’analfabetismo di ritorno.

Gli articoli che hanno osannato la scuola italiana hanno raccontato una realtà che non esiste; il tanto declamato primato della scuola italiana in Europa sul terreno dell’inclusione sociale è pura fantasia. Si tenga conto che la ricerca confronta i risultati degli studenti quindicenni nei test Pisa relativi a comprensione del testo, matematica e scienze nell’anno 2000 con quelli ottenuti dalla stessa componente di individui nel 2012, dodici anni dopo, quando questi soggetti dovrebbero essere inseriti nel mondo del lavoro.

Ma, come già detto, i problemi sorgono principalmente dopo i 15 anni visto che dallo studio emerge che, fra i 27enni, l’incidenza delle condizioni socio economiche sulle competenze è decisamente sopra la media. D’altra parte, risulta che nel 2016 in Italia il 16% di studenti ha lasciato gli studi mentre la media europea è pari al 10%, la percentuale di diplomati nella fascia di età 25-34 è del 71% contro la media Ocse dell’82%, e siamo il fanalino di coda anche per numero di laureati. In conclusione, bisognerebbe occuparsi di più degli anni di transizione tra la fine della scuola dell’obbligo e la fascia d’età attorno ai trent’anni, fondamentale per sviluppare conoscenze.

Sarebbe necessario che il Governo, invece d’intestarsi meriti che non ha e che non esistono, mettesse mano a politiche atte a garantire l’accesso agli studi universitari di chi è più svantaggiato. Si è fatto è il contrario: tasse aumentate e borse di studio tagliate, con l’inevitabile conseguenza di una diminuzione delle frequenze ai corsi universitari.

Ancora meno si è lavorato nella direzione scuola-lavoro; nessun intervento serio è stato pensato in quest’ambito e sono ben pochi gli incentivi a proseguire un’attività di formazione. La riforma capestro, l’ultima in ordine di tempo, non ha fatto altro che scaricare sulle spalle della scuola italiana l’alternanza scuola-lavoro, senza un reale inserimento formativo; è stata creata una mano d’opera a basso costo e a farne le spese sono le migliaia di studenti utilizzati come servi della gleba dal vassallo di turno.

E’ tradizione italica intervenire sulla scuola producendo delle sedicenti riforme, che mirano in modo strabico all’obiettivo; nella realtà, nella scuola italiana si riducono i fondi, il personale docente ha un età media altissima, molti non dovrebbero stare dietro una cattedra perché stanchi, demotivati o privi del carisma minimo necessario per l’insegnamento. Insegnanti che non guardano in faccia gli alunni, e alunni che non hanno alcuna motivazione per rimanere in classi divenute ingestibili.

E’ un fatto che i governi degli ultimi 20 anni si siano concentrati su una scuola azienda, abbandonando completamente la parte più importante, il post scuola, quello che dovrebbe garantire l’esercizio costituzionale dell’uguaglianza e della solidarietà. Parole belle che rimangono, come sempre in Italia, lettera morta.

di Sebastiano lo Monaco

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