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Le sconfitte evidenziano la fragilità dello Stato islamico

Salvo Ardizzone il 27 gennaio 2017 - 01:35 in Focus, Primo Piano

Le sconfitte scoprono la fragilità dello Stato islamico. Scarsità di denaro, divergenze fra capi e conflitti interni le crepe che lo portano al collasso.

L’Isis non è mai stato quel mostro invincibile dipinto da media nel migliore dei casi disinformati; era la creatura assemblata per destabilizzare Siria ed Iraq e nella sua fase iniziale foraggiata, guidata e favorita in ogni modo da chi aveva interesse al caos, perché adempisse alla sua missione. Un’operazione nata fra Riyadh e Washington, con molti ad accodarsi nell’area come in Occidente, per impedire la stabilizzazione di Siria ed Iraq e contenere l’Iran.

La spallata del 2014 in Iraq fu possibile perché centinaia di alti ufficiali iracheni furono corrotti o semplicemente tradirono, e un Esercito di cartapesta addestrato dagli Usa (che non hanno mai avuto l’interesse che Baghdad ne avesse uno vero) si squagliò in pochi giorni.

La straordinaria copertura mediatica fece di quelle bande un mito, alimentato volutamente da chi fingeva di combatterlo, attirando mercenari, sbandati e terroristi da tutto il mondo. Gente che il “califfo” poté permettersi di pagare profumatamente grazie alle risorse dei territori controllati, e ai tanti contrabbandi e traffici che hanno reso la zona dove imperava lo Stato islamico un’orrenda “Tortuga” del XXI° secolo.

Il crescente potere (e soprattutto denaro) a disposizione, ha fatto si che lo Stato islamico assumesse una sempre maggiore indipendenza da chi l’aveva creato, seguendo un’agenda propria. Ma questo è andato comunque bene ai suoi sponsor, perché continuava egregiamente a destabilizzare l’area, bloccando quel naturale processo che ne avrebbe fatta una regione prospera, da cui essi avrebbero finito per essere emarginati e l’Iran, il loro grande nemico, sarebbe divenuto centrale.

Per questo gli Usa hanno continuato a fingere grottescamente di combattere l’Isis con una coalizione da operetta che ha buttato bombe sul deserto, ed hanno ostacolato per molto tempo ogni seria iniziativa contro di esso, nell’ottica di continuare a tenerlo in vita.

Le cose sono cambiate quando il Governo iracheno di Al-Abadi, grazie agli aiuti iraniani, ha deciso di agire comunque e, malgrado il sistematico boicottaggio di Washington e dei suoi alleati, con l’impegno delle milizie sciite ha intrapreso la liberazione del proprio Paese. Al contempo, in Siria, l’intervento russo e la massiccia discesa in campo dell’Iran e dei combattenti sciiti ha mutato radicalmente la situazione. Dinanzi a chi li combatteva seriamente, i Daesh hanno cominciato ad incassare sconfitte sempre più gravi, che hanno ridotto grandemente il territorio controllato e inaridito il fiume di denaro che li foraggiava.

Le difficoltà hanno fatto affiorare le crepe originarie dell’Isis, nascoste per molto tempo dal successo ampliato dai media. Il Daesh non è mai stato un gruppo rivoluzionario radicato in un territorio, sviluppatosi attorno ad un sistema di valori condivisi e guidato da una leadership compatta, tutt’altro. Come detto, è stato il risultato di un’operazione montata da Governi e da Servizi per i loro scopi, che ha goduto di sostanziali appoggi e connivenze, e della copertura mediatica colpevolmente distorta dei mezzi d’informazione.

Dinanzi alla crisi, numerosi comandanti dell’Isis hanno cominciato a defezionare riposizionandosi in altri gruppi, altri si stanno agitando per mettere in discussione l’attuale leadership che li ha condotti in una situazione senza uscita. L’emergere di queste lotte interne non è in alcun modo stemperato da una comune ideologia, perché è noto che al Daesh hanno aderito elementi provenenti dalle esperienze più disparate, uniti in una organizzazione che ha fatto del potere (e del lucro) il suo fine essenziale.

Queste divisioni non riguardano solamente i capi, anzi, sono assai maggiori fra i militanti, aggravate dal sistematico trattamento di favore e dai privilegi riservati agli stranieri rispetto agli elementi locali; dissidi che sono arrivati all’acme e sfociati in esecuzioni di massa e diserzioni di interi gruppi. Ma anche fra gli stranieri gli attriti sono in rapida crescita, con ceceni, caucasici ed elementi dell’Asia Centrale che defezionano o si contrappongono agli elementi arabi. Ormai sono sempre più numerose le fughe di gregari, per salvare la pelle, e di capi, che spariscono con milioni di dollari sottratti alle casse del “califfo” o derivanti da razzie personali.

Per frenare questa deriva, lo Stato islamico risponde raddoppiando la violenza esercitata la proprio interno e sulle popolazioni controllate, aumentando il malcontento al suo interno e alienando l’ultimo briciolo del consenso che aveva inizialmente riscosso fra alcuni ambienti sunniti al momento del suo arrivo.

Ma fra tutte, la radice prima della sua crisi è l’inaridirsi delle fonti finanziarie. Il denaro è stato il punto di forza dell’Isis; ne ha raccolto a fiumi, estorto dalla popolazione e come provento dei campi petroliferi controllati o dei più ignobili traffici e contrabbandi, esercitati nell’area con la complicità di Governi compiacenti (vedi la Turchia, la Regione Autonoma del Kurdistan iracheno o lo stesso Israele, terminale di molti di quei traffici).

Adesso, con le installazioni petrolifere e le colonne di autobotti bombardate (hanno cominciato i russi, quando la coalizione a guida Usa faceva finta di non vedere), i pozzi come buona parte del territorio perduto, le risorse, che oltre a terroristi attiravano sbandati e disoccupati da mezzo mondo allettati da lauti stipendi, sono collassate. E con esse una gran parte dell’appeal dello Stato islamico.

Per concludere, il crescere dell’intensità e qualità della lotta all’Isis ha messo a nudo le sue vere caratteristiche di banda criminale messa in piedi per l’interesse di alcuni Paesi, e che ha continuato la sua azione per lucro e potere, assecondando comunque le mire di chi lo aveva creato. Adesso, sotto il peso delle sconfitte inflittegli da chi lo sta finalmente combattendo sul serio, quelle crepe si stanno ampliando, determinando la crisi del gruppo ed accelerando il suo collasso.

Finirà così il babau creato ad arte per giustificare le peggiori trame di Occidente e Golfo; finirà fino a quando, per le medesime ragioni, non penseranno a sostituirlo con un altro mostro a cui affidare le proprie macchinazioni. Come hanno sempre fatto e come faranno ancora, per tentare di salvarsi da una sconfitta che bussa ormai alla loro porta.

di Salvo Ardizzone

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