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La pirateria torna a infestare il Golfo di Aden

Salvo Ardizzone il 27 aprile 2017 - 04:35 in Africa, Primo Piano

Dopo un biennio di sostanziale assenza, il primo quadrimestre del 2017 ha visto una recrudescenza della pirateria nel Golfo di Aden; gli attacchi partiti dalla costa somala, alcuni dei quali contro cargo e petroliere, sono l’avvisaglia d’un profondo cambiamento di motivazioni e tecniche.

La pirateria ritorna nel Golfo di Aden

La pirateria è un fenomeno vecchio in quelle acque, che ha avuto un forte aumento fra il 2005 e il 2011, l’anno peggiore con 276 attacchi e oltre 300 ml di dollari pagati per i riscatti degli equipaggi e delle imbarcazioni sequestrate; ma quella cifra è solo una frazione del danno prodotto. Fra aumento del costo delle assicurazioni navali, il maggior consumo di carburante per l’aumento della velocità di crociera e per le rotte più lunghe necessarie per evitare le acque pericolose, infine gli oneri per l’ingaggio di guardie armate a bordo del naviglio e il costo delle missioni internazionali anti pirateria, si tratta di una cifra complessiva che, a seconda delle stime, oscilla fra i 7 e i 12 miliardi annui.

Il fenomeno, che per certi versi può definirsi endemico, è stato alimentato dalle condizioni di estrema indigenza in cui versano le popolazioni rivierasche del Puntland e Galmudug, il tratto di Somalia affacciata sul Golfo di Aden. La presenza di Stati federali falliti, esistenti poco più che sulla carta, e la scomparsa delle risorse ittiche, la principale risorsa locale distrutta dalla pesca di frodo esercitata senza scrupolo dalle marinerie di diverse Nazioni, hanno incoraggiato la creazione di bande di pirati che, nella totale assenza di controlli, hanno potuto fruire di porti profondi capaci di ospitare le grandi imbarcazioni sequestrate.

Per anni i raid si sono moltiplicati, permettendo ai pirati e al mondo che gli gira intorno, sia sulla costa che sul mare, guadagni ragguardevoli, finché l’istituzione di numerose missioni internazionali anti pirateria (vedi Ocean Shield della Nato o Eunavfor della Ue), ma soprattutto le mutate condizioni a terra, hanno bloccato il fenomeno.

A Gibuti, in Somalia e più in là in Kenya, sono affluiti notevoli capitali internazionali, la necessità di “lavarli” ed investirli ha imposto un contesto più tranquillo; allo stesso tempo (e per ragioni simili) le milizie dei singoli Stati federali della costa somala, e le forze dello Stato somalo, hanno aumentato il controllo sul territorio e su molti degli approdi, costringendo la pirateria a cambiare modus operandi. Talune bande si sono ritirate, vivendo del denaro già guadagnato, altre hanno limitato l’attività o si sono addirittura riciclate come scorte armate delle navi.

Tuttavia, negli ultimi tempi ci sono stati dei cambiamenti: molte delle vecchie bande hanno esaurito il denaro e devono riprendere il mare, mentre una nuova generazione di aspiranti pirati è attirata dal miraggio dei guadagni e dei privilegi ottenuti da chi li ha preceduti. Un’aspirazione resa possibile dal fatto che sulla costa settentrionale del Puntland e in quella centrale della Somalia esistono ancora due lunghi tratti privi di qualunque controllo e dotati di approdi per grandi imbarcazioni.

Inoltre, con il venir meno degli attacchi, gli armatori hanno smesso d’ingaggiare team armati ed hanno rimesso le navi sulle vecchie rotte a bassa velocità per risparmiare carburante. Una manna per la nuova pirateria.

Ma c’è un’altra motivazione che sta spingendo per la ripresa degli attacchi: le organizzazioni criminali yemenite, che hanno stretti legami con i terroristi di Aqpa (al-Qaeda nella Penisola Arabica), finanziano e danno supporto logistico alla pirateria, spartendosi il carico ed i riscatti. Allo stesso modo, c’è una collaborazione fra i pirati e la rete che il Daesh sta gettando nell’area: il leader locale dell’Isis, Abdulqadr Mumin, ha stretti contatti con Isse “Yullux”, un capo dei pirati. Rapporti che non mancano, e sono intensi, con al-Shaabab, al momento relativi soprattutto al contrabbando con cui il gruppo terrorista si finanzia.

I terroristi hanno tutto l’interesse a trovare collaborazioni con la pirateria e a spingerla a riprendere l’attività, sia per il traffico d’armi, sia per il controllo del mare e del territorio, sia per l’acquisizione d’ostaggi, più che mai preziosi come arma di ricatto.

Per tutte queste ragioni è più che mai probabile una ripresa in grande stile della pirateria nell’area del Golfo di Aden, sia pur con caratteristiche diverse dettate dal minor controllo di porti, che spingerebbe le bande più a predare i carichi e rapire gli equipaggi che sequestrare le navi come un tempo.

In un’area martoriata da guerre, carestie, terrorismo e dallo sfruttamento selvaggio di risorse e persone, sta per riaprirsi il capitolo della pirateria, ma non più come valvola di sfogo della disperazione di chi non ha più nulla, quanto come pedina nel cinico gioco per il dominio di quel quadrante di mondo.

di Salvo Ardizzone

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