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Rapporto fra mafia e capitalismo

Salvo Ardizzone il 30 luglio 2016 - 02:26 in Focus, Primo Piano

di Salvo Ardizzone

Che il ruolo del crimine organizzato nell’economia, già enorme, sia in rapida crescita è noto, ciò malgrado sono assai pochi coloro che analizzano il fenomeno e prendono atto delle cause vere, la prima delle quali è il fatto, sottaciuto e mai evidenziato, che il capitalismo liberista, l’attuale sistema economico imperante, e l’economia criminale hanno entrambi il medesimo fine: massimizzare il profitto.

La mafia e l’economia sono sempre stati connessi per il semplice fatto che l’attività predatoria delle organizzazioni criminali si rivolge verso la ricchezza; la differenza con il passato, tuttavia, è che in altri tempi l’azione tendeva a sottrarre quella ricchezza a chi la produceva o comunque la deteneva, limitandosi a ridistribuirla ad altri soggetti che nulla avevano a che vedere con le attività produttive (capi, affiliati e complici delle organizzazioni), insomma semplici parassiti.

Al giorno d’oggi, invece, le mafie non si limitano a procurarsi denaro con metodi criminali, ma si fanno esse stesse “imprenditrici” entrando nell’economia. Questo avviene per due ottime ragioni: da un canto per l’immensa quantità di denaro di cui dispongono, una massa in continua crescita derivante da traffici sempre più lucrosi e organizzati, droga in testa; dall’altro per le caratteristiche del capitalismo liberista, le cui regole non sono in contrapposizione con l’economia illegale perché entrambi hanno per scopo il massimo arricchimento e, per ottenerlo, entrambi aggirano, infrangono, piegano ai propri interessi le leggi degli Stati.

Per rendersene conto basta osservare l’operato delle multinazionali, dei colossi della finanza, degli operatori dell’economia globale; al di là di un’ipocrisia di facciata, i principi che li guidano sono gli stessi di quelli mafiosi e la compatibilità e l’adattamento fra i due sistemi è sostanzialmente completo.

D’altronde, è la stessa definizione di mercato che chiarisce il fatto: secondo la dottrina liberista, se ci sono beni desiderati da acquirenti e se essi possono essere scambiati, ci sono i presupposti per un’economia di mercato basata sulla domanda e sull’offerta; il fatto che i beni siano illegali poco importa se lo scambio è possibile e può derivarne un utile.

Neanche il meccanismo della violenza è un ostacolo: le mafie dimostrano il valore economico della violenza che trasformano in ricchezza, un principio più volte accettato nelle società capitalistiche. Allo stesso modo, il monopolio della forza (e della violenza) da parte dello Stato, secondo la teoria capitalistica, è alla base dell’economia di mercato, ma solo perché garantirebbe gli scambi e i diritti di chi li effettua; ma poiché per tale Sistema ciò che conta è la garanzia degli accordi e non certo il contenuto degli stessi, che a garantirli sia lo Stato o un’organizzazione criminale poco importa, anzi.

Se ci si pensa, la mediazione delle mafie può esser vista (e lo è da tanti) come un modo più sicuro, rapido ed efficiente di garantire rapporti finalizzati alla realizzazione del massimo utile.

Alla luce di quanto detto, si comprende meglio la Relazione 2016 della Direzione Nazionale Antimafia (Dna), quando dice che molte imprese (specialmente le più grandi) si avvalgono dei servizi e dei capitali mafiosi sulla base di un semplice calcolo di convenienza assai prima che per costrizione; è un consenso ricevuto dagli operatori economici che realizza la piena integrazione dell’economia criminale in quella di mercato.

Quale esempio, basta guardare all’inserimento della ‘ndrangheta nell’area più ricca dell’economia italiana: essa avviene senza alcuno scrupolo morale o civile (elementi estranei al Sistema capitalista) degli imprenditori, guidati appunto dalla semplice convenienza economica (elemento fondante del Sistema capitalista).

Ciò che ha accelerato al massimo questo processo di assimilazione fra mafie e mondo imprenditoriale, oltre ad essere i meccanismi del Sistema capitalistico come si è andato configurando, è l’enorme massa di denaro a disposizione delle organizzazioni criminali nel momento in cui le crisi generate dalle storture proprie del capitalismo e della finanza globale, mettevano in grave difficoltà le economie.

Per dare un’idea della forza economica delle mafie, basta ricordare quanto detto nel citato rapporto della Dna: la droga, da sola fra le tante attività illegali, fornisce annualmente un giro d’affari che in Italia è calcolato in 35 Mld di euro e nel mondo in 560; un fenomeno mostruoso che coinvolge un “mercato” stimato in 250 milioni di persone, falcidiato da almeno 200mila morti all’anno per le conseguenze del consumo di droghe.

Una sterminata massa di denaro che si muove con la più assoluta rapidità e spregiudicatezza, grazie proprio ai meccanismi creati dalla finanza e dal capitalismo liberista e che si fonde con essi. Senza i proventi della droga, i bilanci di diversi Stati sarebbero in rosso, e non si tratta solo di marginali narco-Stati come quelli sulla Costa Atlantica dell’Africa; per citare un esempio fra tutti, essi rappresentano il 20% del Prodotto Interno Lordo del Messico ed hanno fruttato a quel Paese assai più del petrolio.

Gli stessi tentativi di arginare il fenomeno sono naufragati miseramente, perché qualunque iniziativa seria che intenda andare alla radice del problema, ammesso che qualcuno voglia metterla in campo, s’infrange e s’infrangerà sui meccanismi posti a difesa della finanza e del capitalismo globale, che le mafie usano e di cui sono divenute parte integrante.

Per vedere, anche sotto il profilo strutturale, quanto sia stretto il connubio fra economia criminale e l’attuale capitalismo liberista, basta esaminare la piramide del profitto nel traffico di droga, comparandola a quella determinata dalle economie post industriali, ormai dominio della finanza e definite “avanzate”, vale a dire come si disegna la diffusione del benessere: più che una piramide è una cuspide che assegna un’enorme ricchezza a pochissimi, il benessere ad alcuni e una difficile sopravvivenza a tutti gli altri.

Nei fatti, non c’è differenza fra i campesinos che si spezzano la schiena a coltivare coca sulle Ande e i lavoratori-schiavi che sgobbano per le tante multinazionali sparse per il mondo. Il risultato è una sinergia divenuta ormai totale fra le strutture internazionali dell’economia e della finanza da un canto e quelle mafiose dall’altro.

Per comprenderlo, basta citare quanto affermato da Antonio Maria Costa, ex direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga: solo nel 2009, 325 miliardi di euro provenienti dal narcotraffico sono stati impiegati per fronteggiare i problemi di liquidità delle grandi banche europee (soprattutto inglesi, svizzere ed italiane) sull’orlo del tracollo dopo il fallimento della Lehman Brothers.

È il Sistema del capitalismo liberista a permettere lo sviluppo esponenziale delle mafie, un Sistema che obbedisce agli stessi criteri di fondo: l’arricchimento indiscriminato di pochi sui tanti, anche a scapito della società; il rifiuto di ogni regola che possa ostacolare l’accumulo di profitti sempre più ampi; l’assenza di ogni valore che non sia il conseguimento del massimo utile; il disprezzo degli altri, della collettività, dell’ambiente stesso, visti esclusivamente come occasione di arricchimento.

È un processo irreversibile per una società che non ha valori per contrastarlo, valori che non possono essere vaghi richiami a un’etica svuotata, priva d’ogni serio contenuto che l’ancori e l’orienti nel mondo quale è adesso divenuto. Infatti, le poche battaglie che si abbozzano contro di esso in Occidente sono sterili perché settoriali, indirizzate contro questo o quell’altro degli effetti non contro le cause; perché prive della consapevolezza di una rivolta globale contro i meccanismi di asservimento, le diseguaglianze, il prevalere del singolo sull’insieme, il dominio di falsi valori strumentali. Prendere coscienza di ciò è fondamentale.

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