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Israele e Arabia Saudita: un’alleanza cementata dall’interesse

Salvo Ardizzone il 2 maggio 2017 - 04:30 in Focus, Primo Piano

Fra Israele e Arabia Saudita esiste da tempo un’alleanza strategica dettata dalla comune priorità di contenere l’emergere dell’Iran nella regione, e puntellare gli antichi equilibri che li vedevano incontrastati nell’area.

Israele e Arabia Saudita un'alleanza cementata dall'interesse

Il riavvicinamento è ormai storia antica: già nel 2002, ai tempi della seconda Intifada, e poi nel 2006, durante e dopo la “Guerra dei 33 giorni”, Riyadh si è mostrata assai “comprensiva” verso Tel Aviv; il motivo stava nella crescente affermazione di Hezbollah, che si era intestata con successo la causa della liberazione della Palestina e di Gerusalemme dall’occupazione israeliana, strappandola all’ipocrisia dei sauditi ed accrescendo il consenso alla Rivoluzione Islamica fra la popolazione araba.

Anche se la causa palestinese era nettamente strumentale per Riyadh, essa, in quanto guardiana dei luoghi santi dell’Islam, non intendeva ancora mostrarsi troppo conciliante verso Tel Aviv; d’altronde, la consapevolezza che l’unica forza ad aver combattuto seriamente e battuto l’entità sionista sia stata la Resistenza promossa dagli sciiti, ha posto i sauditi in una scomoda posizione, soprattutto dinanzi al progressivo emergere di Teheran nella regione. Concetti che trovano una speculare conferma in Israele, che identifica anch’esso nella Resistenza e nella Rivoluzione Islamica il pericolo per sé e per gli equilibri dell’area.

Ma sullo sfondo di questa comunanza di scopi, Israele e Arabia Saudita avrebbero molteplici interessi da sviluppare insieme: Tel Aviv può offrire armamenti avanzati e a Riyadh farebbe gola lo sviluppo del litorale israeliano e la costruzione di una pipeline che, attraversando Israele, giungesse al Mediterraneo e da lì in Europa. Progetti che non sarebbero neanche appannati da un’opposizione della popolazione sunnita saudita (per quel che vale), visto che da sondaggi svolti solo il 18% di essa percepisce Israele come un nemico.

Per queste ragioni, dopo anni di contatti discreti e di tacita collaborazione sempre più stretta, dal 2013 Israele ed Arabia Saudita hanno deciso di rendere pubblici gli incontri fra esponenti politici e militari dei due Stati; un’ufficializzazione che ha nella dichiarazione di Netanyahu dinanzi alla Knesset dell’ottobre 2013 la sua base.

Nei fatti, si tratta di un allineamento strategico su dossier vitali per entrambi: ostilità verso l’Iran (e la Rivoluzione Islamica) percepito come avversario irriducibile, e perciò opposizione all’Accordo sul nucleare (il Jcpoa) ed alla formazione di una continuità politica e territoriale fra Iran, Iraq, Siria e Libano; paura per il disimpegno Usa dal Medio Oriente, da evitare ad ogni costo; avversione al rientro di Teheran nella diplomazia internazionale, dove il suo peso continua a crescere.

Lo scopo è puntellare lo status quo durato per decenni e che ora cade a pezzi, in cui i due Stati, grazie alla relazione speciale con Washington, avevano il sostanziale dominio della regione. Nel corso delle Amministrazioni Obama avevano visto teorizzare il districarsi di Washington dalle disastrose guerre dell’era Bush, per focalizzarsi sull’Estremo Oriente, dove si gioca la partita con la Cina, il vero competitor globale dello Zio Sam. E con orrore avevano paventato la possibilità di un’alleanza fra Usa e Iran, in teoria conveniente per entrambi, attraverso cui Washinton avrebbe potuto stabilizzare l’intero Medio Oriente e permettere il proprio disimpegno: un incubo per Israele e Arabia Saudita.

Nella realtà, malgrado ventilato in teoria, un simile sviluppo era (ed è) impossibile, perché avrebbe comportato una revisione radicale di troppi legami storici e troppi interessi, e se per Riyadh il pericolo di un profondo cambiamento dei rapporti c’è e sotto diversi aspetti è in atto, per Israele è assolutamente remoto quanto improbabile, visti gli strettissimi rapporti di vasta parte dell’establishment politico ed economico Usa con Tel Aviv.

Tuttavia, se Israele e Arabia Saudita fanno fronte unico contro l’Iran, la reciproca situazione è assai diversa: il primo gode da diversi anni di una forte crescita economica e le drammatiche vicende della regione, di cui molto ha beneficiato e a cui tanto ha contribuito, lo hanno al momento privato dei suoi storici avversari (l’Iraq distrutto dall’invasione Usa, la Siria devastata dalla guerra, l’Egitto attualmente un alleato). A questo si sommano i ritrovati rapporti con la Turchia e i solidi rapporti con la Russia.

A minacciarlo, e seriamente, resta Hezbollah e l’emergere dell’Asse della Resistenza come parte vincente delle crisi che avrebbero dovuto destabilizzare l’area privandolo di avversari. Perché questo è il punto: per Tel Aviv è vitale la prosecuzione delle guerre che hanno straziato l’area; finché esse durano allontanano il confronto con la Resistenza che si sta rafforzando ai suoi confini. E con l’Iran, visto come il vero avversario esiziale.

Riyadh è invece in una fase calante della sua passata potenza, e vede la sua influenza sul Medio Oriente scemare di pari passo all’aumentare di quella di Teheran. I sauditi hanno compreso d’essersi lasciati alle spalle un trentennio irripetibile, in cui le petromonarchie del Golfo, grazie alle guerre da esse suscitate ed all’appoggio incondizionato di Washington, hanno spadroneggiato indisturbate ammassando (e dilapidando) ricchezze immense e mantenendo anacronistici privilegi. Quel tempo è tramontato e assistono con terrore all’affacciarsi della Resistenza ai loro confini a sud (Yemen), nord (Iraq e Siria) e oltre il Golfo Persico (Iran) malgrado tutto ciò che hanno fatto per impedirlo.

Lo stesso Consiglio di Cooperazione del Golfo ha crepe sempre più vistose, con diversi Stati (Oman, Qatar ed ora anche Kuwait) che mostrano crescente interesse verso l’Iran. Né la passata alleanza con Egitto e Giordania si mostra solida (divergenze egiziane sulla Siria e sulle isole del Mar Rosso, attriti giordani su Gerusalemme e sui profughi siriani) e un sia pur parziale allineamento ha costi sempre maggiori per le casse di Riyadh.

Alla luce di tutto ciò, l’alleanza fra Israele e Arabia Saudita, pur partendo da basi diverse e scontando difficoltà formali al momento insuperabili (impossibilità di normalizzazione dei rapporti nell’immediato; problema dei Palestinesi, a cui Tel Aviv è totalmente indifferente; l’intenzione di Riyadh di costituirsi un arsenale nucleare, che vede ovviamente la contrarietà di Israele), ha la solidissima motivazione di contenere l’Iran e l’avanzata dell’Asse della Resistenza, per mantenere l’antico status quo e i privilegi che ne vengono.

Da questa irrinunciabile necessità comune a Israele e Arabia Saudita deriveranno ancora intrighi, guerre, destabilizzazione, opposizione feroce all’applicazione integrale del Jcpoa e strenuo impegno per il mantenimento delle sanzioni. A questo s’aggiunge il tentativo di trascinare nuovamente gli Usa in un intervento diretto nell’area in aperta funzione anti iraniana, sia reintroducendo sanzioni, sia impegnandosi massicciamente in un conflitto locale. Opzione scartata per anni da Obama, ma che la nuova Amministrazione Trump potrebbe assecondare, sia per incapacità che per la mano libera concessa ai militari.

di Salvo Ardizzone

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