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La guerra in Afghanistan spaventa la Cina

Salvo Ardizzone il 10 marzo 2017 - 06:08 in Asia, Primo Piano

La guerra in Afghanistan, che lambisce da tempo la provincia cinese del Xinjiang, comincia a spaventare seriamente la dirigenza cinese. La progressiva ritirata delle forze straniere, che hanno puntellato il Governo di Kabul, adesso mette il Paese a rischio concreto d’implosione.

La guerra in Afghanistan spaventa la Cina

In passato, l’insorgenza talebana aveva un’agenda focalizzata sulle vicende interne afghane, poco interessata ad espandersi fuori dalla propria area, e la presenza di al-Qaeda si era affievolita di pari passo all’appannarsi del “brand” terroristico ma, negli ultimi tempi, nella guerra in Afghanistan sta emergendo l’Isis (e non è affatto un caso), suscitando le preoccupazioni cinesi.

Da tempo Pechino interagisce con le vicende interne del Paese confinante: la Cina ha ospitato negoziati tra delegazioni afghane e pakistane e la sua Intelligence ha tenuto contatti con l’ufficio politico aperto da una frangia dei Taliban in Qatar. Tuttavia, la ritirata dei contingenti stranieri sta imponendo a Pechino di dare dimensioni strategiche all’assistenza a Kabul, per prevenire un crollo repentino di quel Governo.

Senza il massiccio appoggio occidentale, le forze di sicurezza afghane sono in grado al massimo di proteggere Kabul e le città più importanti (e fino a un certo punto, come già ampiamente dimostrato), ma insorgenza e terrorismo s’impadronirebbero progressivamente della maggior parte del Paese; uno sviluppo della guerra in Afghanistan visto con crescente inquietudine da Pechino.

La confinante provincia cinese del Xinjiang è pervasa da tensioni sempre più intense fra gli Uiguri, l’etnia turcomanna autoctona della regione, e l’immigrazione cinese, favorita in tutti i modi dal Governo di Pechino per stravolgere gli equilibri demografici locali. A seguito delle politiche invasive e repressive della dirigenza cinese, e favoriti dalla vicina guerra in Afghanistan (ma anche dalla crisi che serpeggia in Pakistan), nello Xinjiang si sono sviluppati da tempo almeno due movimenti indipendentisti: il Movimento Islamico del Turkestan Orientale e il Congresso Mondiale degli Uiguri.

Questi movimenti, che già in passato hanno stabilito relazioni con i gruppi terroristici dell’Asia Centrale e con i Taliban, adesso stanno cercando la collaborazione delle reti dell’Isis, assai più propense a concederla vista l’agenda di terrorismo globale che le caratterizza.

Per Pechino lo Xinjiang è altamente strategico in quanto fondamentale per la realizzazione della Belt and Road Iniziative (Bri), ovvero le Nuove Vie della Seta, il fulcro della futura politica di sviluppo disegnato dalla dirigenza cinese. È il ponte obbligato verso l’Asia Centrale, da cui dovrebbe partire la rete di infrastrutture con cui la Cina intende proiettare la propria egemonia legando a sé i Paesi attraversati da quella rete, oltre a disporre di notevoli risorse energetiche e minerali, fin qui scarsamente utilizzate e di cui l’economia cinese ha bisogno.

La valenza strategica dello Xinjiang e la sua vulnerabilità è stata colta appieno dagli Stati Uniti, che vedono nel contagio terroristico derivante dalla guerra in Afghanistan lo strumento ideale per bloccare i progetti di espansione del proprio principale competitor globale. Per questo l’apparizione dell’Isis su quel teatro non può affatto stupire; è la fonte di crisi primaria che si manifesta in ogni area che gli Usa sono interessati a destabilizzare.

La dirigenza cinese è consapevole della minaccia insita negli sviluppi della guerra in Afghanistan in cui rischia di essere risucchiata, dopo che nei decenni passati lo sono stati Russi e Americani, ma si sente costretta egualmente ad ampliare il suo intervento sia all’interno dei propri confini sia in territorio afghano, attraverso una crescente collaborazione militare ed economica volta a puntellare il Governo di Kabul.

In buona sostanza, i progetti ed i finanziamenti con cui i leader cinesi cercano di giustificare l’impegno di Pechino, sono in realtà assolutamente secondari rispetto alla paura delle conseguenze della guerra in Afghanistan che potrebbero investire e destabilizzare un quadrante strategico del loro territorio.

Con enorme piacere di Washington che, in un colpo solo, si vedrebbe sgravata dall’impegno in Afghanistan (e Pakistan, e che comunque continuerebbe a presidiare) e renderebbe funzionali ai suoi interessi quel conflitto, vedendo il suo peggiore concorrente impantanarsi nella “Tomba degli Imperi”, come si è sempre dimostrato quel Paese.

di Salvo Ardizzone

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