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Enrico Mattei: la pecora nera controcorrente

Salvo Ardizzone il 24 marzo 2017 - 05:16 in Focus, Primo Piano

Enrico Mattei, nel bene e nel male, è stato un personaggio sopra le righe, giudicato una pecora nera controcorrente su cui sono state create infinite leggende sia dai detrattori, tanti, che lo vedevano come un ostacolo per i loro interessi, sia dagli apologeti, anch’essi tanti quanto tardivi, moltiplicatisi solo dopo la sua morte e intenzionati ad arruolarlo sotto le proprie bandiere.

Enrico Mattei la pecora nera contro corrente

Certo, la sua pare una storia fatta apposta per essere romanzata: da operaio a industriale di successo; frequentatore degli intellettuali della sinistra cattolica, di cui, intelligenza grezza ma lucidissima, bevve le idee facendole proprie; dopo l’8 Settembre fu uno dei capi della Resistenza “bianca”. Ma è solo l’inizio: quel bagaglio di conoscenze e di rapporti, e le sue riconosciute capacità di industriale, nell’immediato dopoguerra lo portarono a capo dell’Agip, che la politica d’allora voleva liquidare vendendolo a quegli industriali che sbavavano per fare l’affare.

Qui nacque il sogno di Enrico Mattei, perseguito con tenacia visionaria; un sogno controcorrente ma calato nei tempi, che con lineare semplicità dava una lettura diversa, diremmo opposta, al conformismo mediocre e interessato della politica del tempo: l’Italia usciva distrutta dalla guerra, aveva un disperato bisogno di energia e lavoro. E questo lui voleva darle.

Da quel momento cominciò una lotta, combattuta alle volte con metodi spregiudicati e poco ortodossi, certo, ma gli unici che potessero garantire i risultati che alla fine vennero con la scoperta del metano e la sua distribuzione. Ma non si fermò a questo.

Come detto, Enrico Mattei era un’intelligenza lucida e aveva compreso parecchie cose assai prima e meglio di chi lo circondava: l’energia era il motore del mondo che stava emergendo in quegli anni; i Popoli tenuti soggetti dalle potenze coloniali avrebbero presto rotto quelle catene, era questione di poco tempo; l’Italia, che potenza coloniale non era più, poteva essere in prima fila per offrire tecnologie e opportunità di lavoro in cambio delle risorse che essi avevano in abbondanza. Lo vedeva come un equo scambio alla pari con l’obiettivo d’uno sviluppo comune, e usando l’Eni, creato nel 1953, diede tutto sé stesso a questo scopo.

A prima vista era un fine ragionevole, ma il mondo era ben diverso e una simile teoria suonava eretica, peggio, pericolosa alle orecchie di chi se l’era spartito e realizzava utili immensi rapinando quelle risorse e lasciando briciole, mentre Enrico Mattei mirava alla creazione di lavoro nei luoghi in cui impiantava attività, sia che fossero in Italia che all’estero; e le attività, poiché creavano ricchezza, dovevano lasciarne un’equa quantità nei territori in cui si svolgevano; per questa sua visione puntava alla collaborazione e non allo sfruttamento di Popoli e Paesi, convinto che non solo fosse giusto, ma alla fine convenisse a tutti.

Non erano parole, esempi chiari sono stati i suoi rapporti intensi con l’Algeria e il Marocco, che stavano uscendo dall’esperienza coloniale francese, e con l’Iran, dove inaugurò la formula divenuta famosa del 75/25 che, lasciando al Paese dove operava la maggior parte dell’utile, fece urlare di rabbia i concorrenti. Di qui lo scontro frontale e la lotta con le “7 Sorelle”, punta di lancia dell’Imperialismo nell’economia e nello sfruttamento delle materie prime nei Paesi del Terzo Mondo.

Ma non si limitò a questo; Enrico Mattei respinse l’ottusità dello scontro fra blocchi (allora si era in piena Guerra Fredda), che considerava lo strumento del dominio Usa sull’Occidente; in una intervista concessa volutamente ad un  famoso giornalista Usa, Sulzberger, dichiarò di essere personalmente contro la Nato e per il neutralismo, aggiungendo che gli Italiani non avevano nulla da guadagnare dall’Alleanza Atlantica, e che lui era antiamericano perché la politica Usa era guidata dalle compagnie petrolifere. Per questo instaurò un forte rapporto con l’Urss di Kruscev, attraverso lo scambio di petrolio russo con manufatti industriali italiani.

Erano tutte eresie intollerabili per chi dominava il mondo; programmi per la costruzione di crescita comune non solo inconciliabili, ma pericolosi per chi basava il proprio potere su un sistema di sfruttamento bestiale allargato al mondo intero; un sistema che nessuno doveva permettersi di insidiare.

Ma non c’erano solo queste posizioni a renderlo “scomodo”: per lui lo Stato (ma con la “S” maiuscola) doveva essere inteso al servizio di un Popolo e non degli interessi di pochi (uomini politici, partiti e gli industriali che li manovravano per aver libero accesso alla torta); per Enrico Mattei lo Stato doveva svolgere una funzione d’indirizzo politico e strategico dell’economia, oltre che di controllo, a tutela degli interessi della collettività.

Riteneva che il fine ultimo dell’economia non potesse essere la massimizzazione del profitto fine a sé stessa, piuttosto doveva mirare allo sviluppo dei territori e delle popolazioni. E se lo Stato falliva in questo, falliva in una sua funzione primaria perché non aveva saputo o voluto mettere in campo un progetto chiaro e un efficace controllo perché non si deviasse da quei fini.

Enrico Mattei non era un politico, non voleva esserlo malgrado di idee ne avesse eccome; preferiva vedersi come un servitore di quello Stato che lo sopportava di malavoglia per le sue eresie, e che lui forzava spesso per portare avanti i suoi disegni.

La morte, provvidenziale per i suoi nemici, lo fermò nell’ottobre del 1962, proprio nei giorni della crisi di Cuba, in una roggia nei pressi di Bascapé, nella campagna lombarda, dove cadde il suo aereo mentre tornava dalla Sicilia. Lo tolse dalla scena sulla soglia del successo definitivo: la firma del contratto che avrebbe dato all’Eni il controllo delle risorse del Sahara; il viaggio in Usa con la laurea honoris causa ad Harvard e l’udienza alla casa Bianca di Kennedy, che altro non era che l’accettazione da parte delle “7 Sorelle” della presenza di una scomoda pecora nera con cui dover fare necessariamente i conti; la crescente collaborazione con l’Urss.

Tutto si spense; tuttavia, la visione di Enrico Mattei resta d’impressionante attualità: essa dimostra che un modello di sviluppo coerente con le aspirazioni, le potenzialità e le risorse fisiche ed intellettuali dei territori, che avvenga su un’area omogenea, accomunata dalla condivisione di valori e modelli culturali, non è solo giusto ma è possibile ed economicamente pagante.

È la dimostrazione di quanto siano bugiardi gli stereotipi che indicano il liberismo quale unico modello, e la globalizzazione senz’anima, imposta dall’esterno, l’unica via praticabile; soluzioni che ovunque hanno distrutto le identità e le radici stesse dei Popoli, producendo solo diseguaglianze e disagio.

A fronte di quello che è il modello dell’imperialismo per imporre il suo sfruttamento, Enrico Mattei indicava un’area mediterranea, dove i Popoli sviluppassero sinergie e trovassero vie comuni, e una collaborazione con la Russia. Vedi caso, esattamente quello che oggi, come ieri, si vuole in tutti i modi impedire.

di Salvo Ardizzone

 

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