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Antimafia da parata, case scippate e impegno civile

Salvo Ardizzone il 15 maggio 2017 - 04:09 in Cronaca, Primo Piano

Antimafia da parata: sono passati esattamente trent’anni da quando Il Corriere della Sera pubblicò l’articolo di Leonardo Sciascia intitolato “I professionisti dell’antimafia”; a distanza di trent’anni, quell’articolo è stato discusso da tutti, aventi titolo e non. Innegabile che l’articolo sia famoso per alcuni e famigerato per tanti altri, a seconda dello schieramento politico e soprattutto degli interessi delle persone; a capirlo, però, furono in pochi.

Antimafia da parata, case scippate e impegno civile bisAl giorno d’oggi, la parola antimafia è diventata indefinita per un eccesso di definizione: c’è chi fa antimafia da santino, quella dell’intellettuale che con libri e conferenze acquisisce fama ed esposizione; c’è l’antimafia del cinema, quella da teatro e quella delle vetrine, praticata per essere messa in mostra in tutta comodità; ma esiste anche quella vissuta nel quotidiano, quella sudata nelle manifestazioni, quella che magari ha meno visibilità, quella dei cittadini comuni che non hanno dimenticato.

Era naturale andare a manifestare e appendere delle lenzuola bianche quando i cadaveri insanguinavano le strade o interi condomini venivano sventrati da autobombe; adesso la mafia non fa scoppiare più nulla ed i suoi rappresentanti agiscono come Ceo di multinazionali, ma è proprio in questi momenti, quando l’azione diviene carsica che bisognerebbe indignarsi, manifestare, fare la voce grossa, combattere contro quella “cultura” mafiosa che ha infettato la società.

E a fare la voce grossa sono gli amici di Peppino Impastato, ammazzato nelle campagne di Cinisi il 9 Maggio del 1978: non smettono di manifestare perché il Comune gli ha scippato Casa 9 Maggio destinata all’associazione Peppino Impastato.

Quella casa, l’ex casa di Tano Badalamenti confiscata grazie a mille battaglie, sarebbe dovuta diventare un polo aggregativo, un luogo dove ricordare, dove fare antimafia vera, quella del Popolo che non dimentica, di chi la pratica quotidianamente nelle strade dove si è versato del sangue, nel ricordo di chi ha perso la vita per lottare contro quel cancro.

Ecco: quel luogo non ci sarà più; proprio nel momento di maggiore silenzio da parte della mafia si cerca di tacitare chi la voce non l’ha mai abbassata. Questo è quello che viene riservato a chi agisce senza badare allo spettacolo ma alla sostanza, a chi continua nell’impegno civile. Non meravigliamoci allora se la gente sia stufa di sentir parlare ancora di antimafia, perché è questo che si vuole e questo si ottiene.

Allora diventa profetico quell’articolo di trent’anni fa quando nessuno poteva immaginare la deriva, la “normalizzazione” in cui ci saremmo ritrovati; quando Sciascia provava a smascherare i rischi dell’impostura che un’antimafia di comodo e da vetrina avrebbe creato, dove ad andarci di mezzo sarebbero stati anche e soprattutto gli amici di chi è stato ammazzato, gli amici “scomodi” che fanno la voce grossa per continuare la battaglia mentre attorno c’è il sussurro delle sfilate, dei santini e dei palcoscenici.

di Sebastiano Lo Monaco

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