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Afghanistan: truppe italiane nel cuore della rivolta

Salvo Ardizzone il 10 gennaio 2017 - 05:39 in Medio Oriente, Primo Piano

In Afghanistan, un distaccamento di circa 200 militari Nato, per la massima parte italiani, è stato inviato nella provincia occidentale di Farah; l’annuncio segue la notizia che in primavera 300 marines verranno inviati nell’Helmand, nel sud del Paese.

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Secondo le dichiarazioni ufficiali, il contingente non avrà una “primaria” missione di combattimento, ma piuttosto di assistenza e mentoring alle forze afghane (che peraltro non hanno il controllo di una situazione che diviene sempre più precaria); resta il fatto che, secondo stime ufficiali governative, a Farah ci sono almeno 3mila insorti e Farah, l’omonima capitale provinciale, nel 2016 è stata attaccata ed assediata.

Per comprendere dove vengono inviate le truppe italiane, basta ricordare che appartengono alla provincia di Farah i distretti di Gulistan e Bakwa, l’area più sanguinosa dell’esperienza italiana in Afghanistan; da allora la situazione è notevolmente peggiorata e il Gulistan è considerato sotto il completo controllo dei taliban.

Francamente è difficile immaginare una logica, se di ciò si può parlare, nell’invio di uomini e mezzi nel cuore della rivolta in un Paese lontanissimo, estraneo agli interessi italiani e distrutto da una lunghissima guerra attizzata proprio dalla Nato e dagli Stati Uniti, che vi hanno dato inizio 15 anni fa.

In realtà, l’unica logica nel continuare a puntellare un regime marcio, sostenendo una guerra eterna che non può essere vinta in alcun modo e che serve a giustificare il posizionamento di truppe Nato e americane in Afghanistan, un’area considerata cruciale per gli interessi geopolitici di Washington (oltre che a far realizzare utili astronomici alle aziende ammanigliate col Pentagono), è il totale asservimento dell’Italia, uno Stato privo di una politica estera propria. Come sempre ormai da settant’anni.

di Redazione

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